La porta a righe

Iniziamo il nuovo anno con un racconto scuro come il catrame.

Colonna sonora: Festa Mesta dei Marlene Kuntz.

Metti indietro l’orologio e tuffati di testa nel 1994.

“SHE WAS HURT AND WALKING TO HER HOUSE AND THEN THERE WAS SOMEONE”  — Artwork featured in David Lynch: The Art Life directed by Jon Nguyen.

L’autobus arrivò con i suoi minuti di ritardo, come sempre. Lo zaino colmo di libri le pesava sulle spalle magre. Aveva freddo e si strinse nel cappotto di velluto beige a coste. I pantaloni di jeans troppo lunghi le toccavano per terra, ormai strappati. Era stata una mattina difficile in 5ªB, con un compito di fisica da 3 e un’interrogazione di latino scandita da mutismo.

I suoi genitori non l’avrebbero di sicuro fatta andare al concerto dei Marlene Kuntz che sognava ormai da mesi, lei e la sua migliore amica non aspettavano altro. Festa mesta era la sua canzone preferita di tutto l’album. L’ascoltava a tutto volume durante il viaggio che la portava a scuola, ogni giorno, nel tepore del suo mondo. Ogni volta che saliva qualcuno e che magari chiedeva di sedersi accanto a lei, alzava la manopola del walkman fino al massimo, limitandosi a guardare fuori dal finestrino. Fino all’arrivo davanti al liceo non aveva mai voglia di parlare con nessuno.

E poi i Marlene erano il gruppo che le aveva fatto conoscere M., il compagno di classe ripetente che lei amava in segreto. Il suo modo per dirgli ti amo era farlo copiare al compito di inglese o passargli gli appunti quando non veniva a scuola, il che succedeva quasi ogni settimana. Per il resto la ignorava, ma a lei bastava così. Le era sufficiente parlarci qualche volta, ma quando M. le disse di ascoltare Catartica, pensò che forse anche lui era innamorato, se le aveva confidato qualcosa di suo. Un frammento di sé che lei avrebbe fuso con le sue cellule.

La ragazza non mangiava molto, non perché volesse dimagrire, ma sentiva una lieve nausea, che negli ultimi giorni le tormentava lo stomaco.

Il test aveva segnato una linea, quindi nessun pericolo. L’aveva fatto una sola volta prima dell’inizio della scuola con il suo vicino di casa. Lui si era dichiarato già ai tempi delle medie, ma a lei non piaceva quel ragazzo biondo troppo alto e con la faccia piena di brufoli. E poi il suo alito puzzava sempre di cipolla. Però era arrivata a 17 anni ancora vergine e aveva voluto togliersi questo marchio che segnava il passaggio all’età adulta. Le sue amiche erano già donne da tempo. Non aveva raccontato niente a sua madre, non voleva darle altre preoccupazioni; c’era già la sorella maggiore per quelle. Tra le fughe con il ragazzo di turno e la sua dipendenza sessuale.

La ragazza si limitava a galleggiare in un angolo, come un dettaglio decorativo sullo sfondo di un ritratto di famiglia.

Non le chiedevano mai come si sentisse o se avesse qualche problema, perché lei era sempre dolce e tranquilla; mangiava anche la minestra di cavolo che cucinava spesso sua mamma. Era l’unica ad apprezzare quel maleodorante concentrato di vitamine.

La madre aveva smesso di lavorare quando era nata lei, faceva la maestra d’asilo ed era anche molto capace, almeno questa era la storia che raccontava. Il padre le disse che avrebbe pensato lui a tutto. La moglie doveva restare a casa e pensare alle bambine.

La sorella maggiore era in realtà una figlia unica, lei era solo un imprevisto e lo sarebbe sempre stato.

Come sei brava piccola, non si sente neanche che ci sei.

La ragazza fin da bambina si era adeguata al sorridere, assecondare i capricci della sorella e buttar giù i grappoli di pianto che le crescevano in gola.

Spesso di era domandata se quella fosse davvero la sua famiglia. Fantasticava di essere stata presa in prestito e che i suoi genitori naturali sarebbero presto tornati a prenderla. Guardava le sue mani, l’unghia del pollice, la forma delle dita e non assomigliavano a nessuno dei suoi cari.

Le dicevano che era identica alla nonna paterna (che era morta quando lei aveva 3 anni), ma non ci credeva. Aveva osservato con attenzione la foto di quell’anziana signora dal naso largo e la bocca carnosa con il labbro inferiore un po’ sporgente, tentando di tracciare geometrie familiari tra quelle rughe, o all’attaccatura dei capelli, ma non si riconosceva in nessun tratto.

L’unico che sentiva davvero come suo simile era il cane, lui le mostrava il suo affetto senza volere niente in cambio, gli era sufficiente una carezza sulla testa per scodinzolare al presente.

Si trattava di una grande novità per la carriera scolastica della ragazza. Non era mai scesa sotto il 6, ma neanche salita di qualche punto, se non in storia dell’arte; lì aveva sempre 8, a volte 9. Le piaceva molto disegnare, soprattutto ritratti, ma non le avevano fatto frequentare il liceo artistico come desiderava, perché se poi non hai più voglia di studiare non hai niente in mano. Come se un adolescente fosse consapevole di quello che sarà di lui qualche giorno dopo, figuriamoci a distanza di anni. La ragazza si sentiva sempre lo stesso abbozzo di prima liceo linguistico. Che almeno hai imparato bene l’inglese, un po’ meno il tedesco.

Chissà se i suoi genitori l’avrebbero punita per una volta. Non dava mai fastidio a nessuno, neanche quando per colpa del ciclo era in preda a dolorosi crampi alla pancia. Vomitava con la porta chiusa a chiave, la madre sdraiata sul letto, al buio, a proteggersi dall’emicrania. E se avesse rinunciato da sola al concerto, fingendo la rabbia dei suoi genitori? Avrebbe potuto piangere al telefono mentre raccontava la sua punizione alla migliore amica.

Aprì il portone del palazzo in cemento armato un tempo color crema nel quale abitava dal 1984, e iniziò a salire le scale. Si osservava le punte dei piedi, ipnotizzata dal loro movimento veloce e costante.

La vicina del piano di sotto la salutò sbattendole in faccia lo zerbino, a denti stretti. Viveva da sola con le sue piante. La ragazza ne aveva paura: con quegli occhi trasparenti e la bocca da neonato. Il suo appartamento odorava di minestrone, lo sentiva spesso quando ci passava davanti.

E poi, ogni sabato mattina metteva fuori dalla porta un paio di scarpe da uomo allacciate in cuoio marrone. Era il giorno in cui uscivano per andare al mercato a comprare il pollo arrosto, stesso rituale ripetuto per anni al ritmo delle nozze d’oro. La madre le raccontò che erano del defunto marito e che la donna aveva perso il cervello da quando era morto.

La ragazza fu davanti al suo pianerottolo, ma forse aveva sbagliato. Erano tutti uguali e può darsi fosse salita al piano superiore. Di sicuro la sua porta non era mai stata a righe bianche e rosse.

Il cactus e il ciclamino sulla destra erano gli stessi, e anche i nomi sul campanello.

La vernice era asciutta, si avvicinò per annusarla, non sentiva alcun odore, come fosse trascorso ormai molto tempo dal suo cambio d’abito.

Forse avevano usato una tinta particolare? Ma se sua madre non era capace neanche di tenere in mano un pennello. E poi era fuori discussione che l’amministratore potesse approvare un colore del genere.

Marta aprì la porta: tutto uguale. Fece un sospiro e si tolse la giacca, appoggiandola al vecchio attaccapanni di legno che segnava l’inizio del lungo corridoio. Passò davanti al salotto, la televisione era accesa. Perché suo padre era già a casa? Non pranzava mai con loro. Era sul divano, come sempre quando rientrava dall’ufficio, gli vedeva le spalle spioventi e la nuca pelata, con quella grande vena che pulsava sotto la cute, un fiume in piena pronto a straripare. Chissà quanto sangue sarebbe schizzato se l’avesse incisa con una delle sue forbicine per le unghie.

La ragazza salutò e si accorse che della televisione era rimasto solo il contorno. Giuliano stava guardando una scatola senza schermo, ma si sentiva la voce della giornalista che parlava. L’uomo si accorse della figlia e fece un cenno con la mano, per salutarla, senza voltarsi.

Lei non capiva, eppure non aveva fatto nemmeno un tiro quella mattina, quando aveva compiti o interrogazioni zero canne era la regola.

Non disse niente e andò a cercare sua sorella. Non c’era alcun rumore nella casa, eccetto la voce del telegiornale.

Chiamò prima Michela e poi sua madre, ma non rispose nessuno.

La sorella era seduta sul letto, di schiena, le guardava i lunghi capelli castani a onde morbide che curava con insistenza maniacale. Qualche volta avrebbe voluto tagliarglieli di notte, per renderla orrenda come le Barbie che si divertiva a mutilare da bambina. Michela si stava pettinando davanti a una cornice vuota senza specchio.

Marta si girò di scatto e corse in cucina, la madre non rispondeva al suo richiamo; le parole le rimbalzavano in gola, bloccate da un silenzio di gomma.

Monica stava girando qualcosa nella pentola sul fornello spento. Le osservava i grandi fianchi, stretti dal grembiule rosso con le decorazioni natalizie, che indossava tutto l’anno per cucinare. Aveva legato i capelli in una coda di cavallo, con un grande fiocco azzurro. Le sembrava uguale a quello che aveva da piccola, era il suo preferito. Voleva sempre che sua madre le facesse la treccia e le mettesse quel fiocco, come nella foto che la ritraeva con la sorella, in un carnevale di tanti anni prima. Michela vestita da principessa e lei da sirena, anche se sembrava solo un pesce. Da quel giorno non lo aveva più trovato.

Si avvicinò alla madre, per sbirciare dentro la pentola: sentiva profumo di ragù. Ma non c’era niente, era vuota. Marta prese Monica per le spalle e lei finalmente si girò a guardarla.

La ragazza indietreggiò andando a sbattere contro lo spigolo del tavolo e urlò per il dolore e per quell’immagine.

Il volto della madre era uguale a uno dei ritratti senza occhi, naso e bocca che dipingeva. Solo un ovale di pelle liscia, una tela senza nome. Chi era?

La donna alzò un braccio e indicò a Marta la sua camera. Lei prese un coltello dal cassetto.

La porta era chiusa. La ragazza tremava, poi girò la maniglia e strinse gli occhi. Entrò nella stanza e si voltò per girare la chiave. Non voleva che nessuno la disturbasse. Si sarebbe sdraiata sul letto, avrebbe fatto un respiro profondo, forse due e poi avrebbe chiamato Monica per chiederle quando era pronto il pranzo. Sarebbe stato tutto come prima.

Marta aprì gli occhi e si portò la mano alla bocca per soffocare un grido. Della sua camera era rimasto solo il letto e l’armadio, non una foto o i suoi poster dei Ramones e dei Clash, neanche un libro sulla mensola vuota. Tutti i suoi vestiti erano spariti. Strinse il coltello più forte, guardò la lama: era rossa di sangue, ma lei non si era ferita.

Qualcuno bussò alla porta. Sono mamma apri. La voce lo ripeteva in una litania monotono.

Guardati le mani Marta.

Grondavano sangue, e ora anche i pantaloni, il maglione di lana ne era intriso.

Non ricordi?

Marta non capiva, era solo scossa da forti brividi e da un grande senso di nausea che le faceva salire in gola il latte acido della colazione.

Non ci siamo accorti di niente, sei stata brava.

La ragazza chiuse gli occhi, sentiva le forze venirle meno, il freddo aumentava.

Ci hai fatto addormentare e non ci sveglieremo più.

La porta iniziò a tremare.

Guardati i polsi.

La voce della madre si era trasformata in un gorgoglio. Marta si tirò su le maniche del maglione e vide due profondi tagli che le squarciavano la pelle. Il sangue scorreva caldo. Le lacrime le bagnarono il volto, le scendevano salate dentro la bocca, e tremava in un moto incontrollato. Quella notte le si mostrò alla mente come un quadro ricco di particolari. Si mise a sedere per terra, abbracciandosi le ginocchia, e iniziò a dondolarsi in un movimento lento e acquoso.

G a l l e g g i a r e.

L’infermiera entrò nella stanza e tirò su la tenda per far entrare un po’ di luce. C’era solo un doppio vetro a separarla dal mondo. Marta si mise seduta sul letto e aprì la bocca, socchiudendo gli occhi, pronta a prendere le sue pillole e sperare di riuscire a dormire il più possibile, per smettere di ricordare. Poi si sdraiò di nuovo e iniziò a fissare una macchia di umidità a forma di uovo che si era insediata sul soffitto, fino a che tutto si confuse in una nebbia densa e dolce, che la riportò di nuovo sott’acqua.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...