Oltre la porta

di Elena Ciurli

Un racconto horror da leggere in un sorso solo.

oltre la porta

Dietro la porta chiusa si sentiva un brusio lontano, un grattare e sbattere di ferro sul muro. Fuori due uomini parlavano con le teste vicine, bisbigliando per non farsi sentire da lei.

Una donna con la camicia da notte azzurrina e la vestaglia color lavanda, sedeva nel lungo corridoio poco illuminato, con il capo chino, i capelli ramati davanti agli occhi. E piangeva in silenzio, muovendo il petto su e giù in pesanti sospiri. La sua Michelina stava soffrendo, e lei non si dava pace. Eppure l’aveva cresciuta con amore, inondandola della sua fede, indicandole sempre la via giusta da scegliere. Le era rimasta lei, l’unico motivo di orgoglio della sua vita. Adesso era solo buio, tutto il giorno.

L’uomo con il camicie bianco, alzò la testa canuta e sgranò gli occhi:

–Cosa sta dicendo? Io conosco bene la mia paziente, pensa che non sia in grado di curarla?

L’altro con il vestito nero, i folti capelli castani tagliati a spazzola, chiuse gli occhi e si portò il dito alla bocca, stava parlando troppo forte.

–Non ha visto come mi ha aggredito? Crede davvero che sia sufficiente un’iniezione di sedativo per farla stare tranquilla? – disse.

– Il Triazolam è un farmaco molto efficace, si assorbe rapidamente. Lei invece cosa propone, un’altra delle sue inutili preghiere?

–Solo la Parola del Signore potrà aiutarla. Quanto tempo serve perché si addormenti?

–Pochi minuti, potremmo provare a entrare. Che fa con quella corda?

–Dobbiamo legarla ora, prima che si svegli. Ho bisogno del suo aiuto, crede di farcela?

–Non sono d’accordo con i suoi metodi. Le sembra opportuno trattare la mia paziente alla stregua di una bestia?

–Si fidi di me, quando si risveglierà e reciterò le mie parole, mi benedirà per averla voluta legare. Lei è ateo?

–Completamente. Vuole coinvolgermi in una delle vostre stregonerie?

–Allora, mi aiuta o no?

L’uomo in nero aprì piano la porta: i due vennero travolti da un forte odore di urina. Michelina dormiva rannicchiata su un fianco, con il vestito bianco strappato e madido di sudore. I suoi lunghi ricci biondi erano attaccati al viso, bagnati e rappresi in piccole ciocche. Le sue braccia giunte attorno al corpo si mostravano rigide, le unghie delle mani intrise di sangue. Aveva graffiato la parete dietro al letto, trapassando la carta da parati rosa a fiori, arrivando al cemento. La bocca era contratta in una smorfia di dolore. Tutto era immobile dentro la cameretta, eppure sotto quella pelle, dentro quelle ossa, nel cuore, nei polmoni, scorreva la corsa di centinaia di cavalli imbizzarriti. Sembrava quasi di poterne sentire il nitrito. La girarono piano, come se toccassero un reperto antico, che si sarebbe potuto sgretolare da un momento all’altro. Le stesero gambe e braccia, legandole ben strette alla ringhiera e ai piedi del letto. Michelina non si accorse di niente, continuava il suo sonno chimico. Il medico sudava e sembrava sul punto di svenire.

–Ha paura? – chiese Padre Gabriele.

– Non sa quanti pazienti ho visto navigare nel delirio in tutti i miei anni di carriera. Pensa che sia così impressionabile?

–La medicina è la cura di tutti i mali, ne è sicuro?

–La scienza è realtà, è tangibile, misurabile. Non credo nelle sue menzogne. E ora cosa vuole fare?

–Ha la presunzione di riuscire a spiegare tutto, vero?

Padre Gabriele si segnò con una croce, prese la Bibbia e iniziò a pregare piano, poi si sfilò dalla tasca una bottiglietta. Quando gettò il liquido trasparente addosso a Michelina, lei si accese. Il Dott. Moretti fece un salto all’indietro, sbattendo la testa nell’armadio. Non aveva mai visto niente di simile.

In quegli occhi c’era il vento arido del deserto, erano velati da una sabbia antica. Michelina se ne stava rinchiusa dietro. Un grido acuto deformò la sua piccola bocca di bambina, soffiava e ansimava. Un’ombra silenziosa entrò nella stanza.

–La mia bambina, cosa le avete fatto?

–Stia tranquilla Piera, è solo una reazione al farmaco che le abbiamo dato. – disse Moretti che si sforzava per non far tremare la voce.

Mamma. Mamma. Una voce gutturale raschiò la gola della bambina.

Piera si avvicinò piano, prese la medaglietta che aveva al collo e la appoggio sulla fronte della figlia, bruciante.

–Mi perdonerai?

Piera tirò fuori una lama lucente che teneva nascosta nella tasca della vestaglia, la agitò in aria e affondò al centro di quel corpicino deturpato.

Michelina non l’avrebbe mai più guardata con quegli occhi.

 

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