Il congegno

Un racconto nero per parlare di solitudine e fame di successo.

La mia opera sarà completa solo grazie alla vita. Coglierò quel soffio e donerò un nuovo destino ai loro corpi deturpati dalla morte. La mia arte sarà eterna, e io non smetterò mai di esistere. I loro occhi: quegli specchi rotti dal sangue diventeranno i miei. Le loro vene saranno le mie. E il dolore cesserà, per sempre.

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Come al solito mi sono svegliata tardi e devo correre all’università senza neanche fare colazione. Male, molto male. Se non bevo un caffè appena sveglia rischio di uccidere qualcuno o sbatterci contro, sono un gatto senza baffi.

Bernadètte deve aver passato anche stanotte fuori, quella francese trova sempre qualcuno da amare, come dice lei.

Ama pure, basta che poi tu non torni disperata come l’ultima volta, perché l’avvocato alla fine non ha lasciato la moglie per te. E a me tocca sorbirmi un paio d’ore di lacrime a pioggia e singhiozzi sincopati. Si scioglie sempre per questi esseri umani di sesso maschile che la trattano come un pezzo di celluloide senza materia cerebrale. E io mi sbriciolo sul muro quando sento le sue storie, perché non riesci a star da sola amica mia?

La lezione di filosofia col professor Manfredi è troppo, oggi non la reggerei. Quando parte con le sue parabole sul senso della vita e sulla mancanza di etica e sanità morale nei giovani d’oggi, mi verrebbe voglia di dargli fuoco con la fiamma ossidrica. Non va mica bene che una si ritrovi a messa senza prete. Le chiese mi hanno sempre causato scompensi fisici: l’odore d’incenso mi dà la nausea e poi perchè dovrei prendere sul serio le parole di un uomo vestito peggio di un pagliaccio.

Così finisco in biblioteca; essere immersa tra i libri, far entrare nelle mie narici l’odore di carta vecchia e nuova, mi far buttar giù per un po’ quel nodo melmoso che se ne sta lì alla bocca dello stomaco. Dovrei prepararmi per l’esame di antropologia culturale, invece mi perdo a leggere la rivista di cinema che mi ha regalato Fabrizio.

Poi arriva, ecco il mio uomo nero.

«Alice, non dovresti essere a lezione?»

«E tu non dovresti farti gli affari tuoi?»

Con il corpo spigoloso mi siede accanto e beve il suo caffè, mi punge.

«Se ti interessa stasera facciamo una proiezione»

«Se è porno, no grazie»

«Questa è roba di qualità, una pellicola indipendente che sta girando tra di noi al CSC»

«Ci sarò»

Io non mi fido mica di Fabrizio, mi si accartoccia la pancia quando lo vedo, però non so se vorrei davvero essere la sua fidanzata. Quando l’ho conosciuto mi ha portato ad un provino per il film di un suo amico americano, che cercava aspiranti attrici di talento; peccato che per provare la mia bravura dovevo rimanere piegata nuda a 90 gradi ad aspettare visite sul retro.

L’ultima volta ho fatto solo la comparsa in un lungometraggio storico, ma pagavano abbastanza bene, quindi non ho fatto troppo la schizzinosa.

La carne è la mia tela, il Congegno la mia mano. I loro occhi, quegli occhi rotti dal pianto, congelati dalla morte, ti guarderanno per sempre. E io sarò accanto a te, tenendoti la mano fredda, in una danza senza fine.

L’insegna del Cometa è nascosta da uno spesso strato di escrementi di piccione, oggi disegnano una colatura a forma di sorriso. Un bel biglietto da visita per il cineclub di Fabrizio.

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Non è la prima volta che mi invita qui, ma è la prima che accetto.

Scendo le scale stando attenta a non sfiorare quelle pareti macchiate di chi sa quale sostanza organica. Mi faccio strada attraverso un muro di fumo, vedo la nuca scura di molti corpi sconosciuti, poi riconosco la tempesta di ricci di Fabrizio: c’è una sedia libera accanto a lui.

«Sono contento che tu sia venuta, il film sta per cominciare»

«Spero di non pentirmene»

Mi sfiora la mano, prima puntura nello stomaco, i suoi occhi sono lame accecanti.

Dalla colonna sonora intuisco subito che non si tratta di un porno, a meno che non sia girato in un cimitero.

«Il Congegno». Diretto da: F.L.

Poi il nulla, nessuno sceneggiatore, direttore di produzione, nemmeno il nome di un attore. Questi registi indipendenti sono proprio megalomani.

Fabrizio avvicina la sua coscia alla mia, una falena apre le ali nel mio petto.

Sono tanti, tutti quegli occhi che mi guardano dallo schermo. Scavano un muro di terra che si distrugge con facilità, hanno le carni martoriate e guaste. Emettono suona gutturali e si muovono come delle bambole rotte, in modo cadenzato e regolare, in una danza senza musica.

Ne avevo già visto un altro di film su queste creature non morte.

Poi la riconosco. Ecco dov’è scappata Bernadètte, è diventata la reginetta del terrore e non ha detto niente. Di sicuro avrà trovato il suo nuovo qualcuno da amare, e so anche le sue iniziali.

Una freccia d’invidia mi trapassa la testa: devo trovarla subito e ottenere un provino con il suo regista. Anch’io voglio essere una creatura morta, e che Fabrizio mi guardi sullo schermo in quel modo.

Qui tutti dicono che questo F.L. è un mito, è il Romero italiano. Mi sembrano un po’ esagerati, ma io sono sola una ragazza e non oso dire niente, non mi ascolterebbero nemmeno. Sinceramente mi sono proprio stancata di sentirmi dire che cosa ne voglio capire io di regia, di sceneggiatura, cosa ne posso sapere io di inquadrature, tu pensa ad imparare bene la tua parte. E voi andatevene in culo.

Però vedere anche Fabrizio così convinto mi fa un certo effetto, di solito è una parete di nebbia impenetrabile.

«Dov’è che si trova questo F.L.?»

«Nessuno sa chi sia, girano varie voci»

«Maschili o femminili?»

«Maschili ovviamente. Perché una donna dovrebbe girare un film del genere?»

«Parli come mio padre. Potrebbe essere una donna che ama le donne»

«No, è un uomo ne sono sicuro. Si vede da come guarda le attrici dall’occhio della sua telecamera»

«Senti, uomo o donna io devo incontrarlo. Non so se te ne sei accorto, ma una delle ragazze a brandelli era la mia compagna di stanza, Bernadètte»

«Chi, la francese?»

«Proprio lei. La stronza sparisce per un po’ e me la vedo spiattellata sul grande schermo. Perché non mi ha detto niente? Quando c’è da lamentarsi mi tortura senza pietà e una volta che invece poteva farmi contenta si taglia la lingua! Voglio recitare anche io per questo genio, mi devi aiutare a trovarlo»

Fabrizio è partito per il suo mondo alieno.

«Dicono che lo abbia girato e montato in 10 giorni. Ti rendi conto? Un film del genere è nato in poco più di una settimana di lavoro»

«Che c’è, ti sei innamorato?»

«Tu non capisci. Io non riuscirò mai ad essere come lui»

«Ora non iniziare col tuo autolesionismo. Andiamo, ti offro una birra, così la smetti di frignare»

La prima opera è compiuta, ma la vita dovrà ancora scorrere sulla mia pellicola. Il Congegno le risveglierà e non smetteranno mai più di danzare. I loro occhi: quei pozzi di luce spenta diventeranno i miei. Il loro sangue sarà il mio. E il dolore cesserà, per sempre.

Fabrizio mi ha detto di cominciare le ricerche dalla redazione di Demonia, la rivista del suo amico Marco detto 7 Passi, per colpa del suo fiato letale, come il veleno del serpente.

Dopo il suo ciao sparato in faccia, sento l’acido del latte che mi brucia la gola. 7 Passi ha colpito ancora, e non si fermerà. Mi schermo il naso con la mano e ricomincio a respirare piano.

«Allora, cazzo vuoi?»

«Cerco il regista del film “Il Congegno”»

Esplode in un sibilo di scherno e poi mi attacca con la sua bocca marcia:

«Nessuno sa chi sia. La pellicola ci è arrivata per posta in forma anonima. So solo che lui si trova a Roma, come dice il timbro della spedizione»

«Potrebbe essere uno studente del CSC secondo te?»

«Studente? Forse un insegnante, in quel film c’è la mano di un maestro. Ora ho da fare.»

Il serpente mi stende con un sospiro di noia e io comincio a scappare dal suo ufficio, devo riemergere e tirare una boccata d’ossigeno o morirò qui.

«7 Passi non mi ha aiutato molto, in compenso sono quasi svenuta per asfissìa»

«Strano, lui sa sempre tutto, è stato il primo a vedere il film»

«Non lo troverò mai»

«Quest’uomo è un vero esperto, sta tenendo il suo pubblico sul filo del rasoio, ma sono certo che prima o poi rivelerà la sua identità, vorrà godersi la fama che gli spetta»

«E Bernadètte invece ora sarà lì con lui a recitare la parte della diva, ma prima o poi tornerà a casa, ha lasciato i suoi orecchini di smeraldo, erano della nonna, come quell’anello a forma di farfalla da cui non si separa mai. Quando la vedo mi sente la bastarda!»

«Prova da Matteo, alla libreria Rue Morgue»

«Da chi, Arriccia Appiccia? Quello si sarà fumato anche il cervello, non si trova neanche i piedi, figurati se sa qualcosa»

«Non lo so allora. Dai rilassati, di sicuro la tua amica si farà viva e lo chiederai direttamente a lei. E poi domani esce l’articolo sul Demonia, 7 Passi ha fatto una recensione del film da prima pagina, magari viene fuori qualcosa di nuovo.»

«Avresti un’altra rivista da prestarmi? Non hai qualcosa sugli Zombi

«Tranquilla, ci penso io, te lo porto stasera a casa, ci sei?»

«E dove vuoi che sia»

A lezione non ci vado neanche oggi pomeriggio, voglio studiare. Mi chiudo in biblioteca e cerco di concentrarmi.

Prima però ho bisogno di una tazza di caffè, e magari mi compro anche Scena, oggi c’è lo speciale sulle audizioni, ho bisogno di soldi, mi basta anche un altro ingaggio da comparsa.

L’ultimo assegno dei miei è arrivato a Natale, insieme ad un anonimo biglietto di auguri. Le parole di mio padre mi bombardano ancora il cervello, premendo sui miei timpani fino a farli sanguinare.

Non digerirà mai che abbia lasciato Alberto, non accetterà mai che abbia voluto studiare invece di fare la fine di mia madre. Meglio passare tutta la vita ad odiarsi, che trascorrere anche un solo giorno da soli, a rispondere a tutte le domande che ti fanno terrore. Perché la risposta la sai, basta farla uscire fuori, come un pelo incarnito che sta facendo infezione.

Il caffè del Cucciolo fa schifo come al solito, ma costa poco e te ne danno una bella dose, non come al Bugatti, che ti si bagna appena il cucchiaino quando giri lo zucchero nella tazzina.

«Cercasi aspiranti attrici a Roma, età 18-25 anni, per nuovo film indipendente. Massima serietà. Telefonare dopo le 20,30 al numero 06… »

Non finisco neanche di leggere, aggiudicato, ti chiamo subito stasera. Speriamo sia retribuito bene e che non sia un altro hard.

«Ti ho portato questo, l’ho preso in prestito da Arriccia Appiccia»

Fabrizio mi consegna un libro avvolto in un vecchio giornale.

«Sì vabbè, l’hai rubato. Grazie, non vedo l’ora di cominciarlo. Di che parla?»

«Resurrezione»

Fabrizio rimane rigido sulla soglia con i jeans strappati così stretti che riesco ad intravedergli le ossa. È talmente sottile e spigoloso, che mi punge ad ogni sguardo, con i suoi enormi occhi color asfalto. Solo i capelli sono morbidi, un groviglio di ricci bruni che gli contornano il viso di latte.

«Che fai non entri? Anzi, usciamo. Sono quasi le 20,30 e devo fare una telefonata»

Ci stringiamo in una cabina telefonica sotto al portone del palazzo di fronte casa mia.

La strada è deserta, illuminata dalle luci malate dei lampioni accesi ancora parzialmente. Si intravedono nuche dalle finestre, braccia che si alzano e si abbassano, si nutrono in silenzio. Sullo sfondo televisori pieni di pubblicità colorate, che assorbono occhi affamati di rassicurazione. La mia ultima cena in famiglia è stata quasi un anno fa.

La fessura ingoia 200 lire e compongo il numero.

«Buonasera, chiamo per il provino»

Fabrizio si attacca alla cornetta per ascoltare, sento il suo odore.

«Va bene, domani. Teatro Olimpia ha detto? Alle 19, perfetto. Grazie, la saluto, arrivederla»

«Certo che è un po’ fuori mano. Vuoi che ti accompagni?»

«No, vado da sola, ma grazie per avermelo chiesto»

Le mie sconfitte non le voglio condividere con nessuno, e soprattutto con Fabrizio. Solo l’idea di farlo assistere alla mia audizione mi stringe lo stomaco come un panno bagnato.

Mi accompagna fino a casa, ma non gli chiedo di salire, non potrei sopportare il suo rifiuto. Gli do un bacio sulla guancia, lui si gira e gli sfioro l’angolo della bocca. Il mio viso è una colata di lava, mi ritraggo dentro al mio appartamento e tengo saldamente la maniglia della porta.

«Se devi andare vai, sono stanca e vado a letto»

«Fammi sapere come è andata. Domani sera passa da me, i miei non ci sono, ti cucino qualcosa io»

«Ma se non riesci a cuocere neanche un uovo al tegamino?»

«Io e i miei amici surgelati faremo del nostro meglio signorina»

«A domani» gli dico chiudendo la porta. Perché l’ho fatto andare via? Con quel corpo troppo magro e l’aria di chi sta per cadere da un momento all’altro. Vorrei cadere con lui.

Mi tocca andare in auto, l’ultima corriera passa alle 18,30. Non mi piace guidare, e ci impiegherò un po’ ad arrivare laggiù; di solito mi porta Bernadètte. Che fine avrà fatto? Stavolta deve aver trovato molto da amare, non mi ha lasciato neanche un messaggio in portineria, niente, silenzio totale. Starà già girando un nuovo film con il regista fantasma. Non credevo che fosse così egoista, non è certo la mia migliore amica, ma le voglio bene e in questo ultimo anno di convivenza ci siamo abituate l’una ai difetti dell’altra. Poi sa bene che ho bisogno di soldi.

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“Teatro Olimpi”, la “a” è stata mangiata dal tempo, e non ne hanno avuto abbastanza per rimetterla a posto. Ci sono varie sale prova oltre all’area principale, con le poltroncine di velluto rosa un tempo sangue, consumate da spalle stanche e soprabiti sintetici comprati ai grandi magazzini.

Tutto è scolorito, tranne lui: con quella macchia viola sul viso lunare e gli spessi occhiali neri, davanti a occhi d’acqua trasparente. E quei ciuffi, due parentesi color carota che gli scendono giù dalle tempie, lasciando nuda la parte più rotonda del cranio tempestato di piccoli puntini rossi.

Mi tende la mano: «Venga, la aspettavo»

La stanza è piccola e anonima, testimone di incontri veloci, scambi di battute privi di passione, nessuna foto, nemmeno una pianta finta da guardare. Solo due sedie blu, una di fronte all’altra e la sua valigia marrone.

Cerca la protagonista del suo nuovo film, parla della carne che risorge e del rapporto dell’uomo con la vita, il futuro e l’eternità. Insomma una menata lisergica di genere fantascientifico, vorrei dirgli, ma sembra in trance mentre mi racconta del suo progetto.

«Pago bene»

Eccola la frase chiave. Poi mi passa il copione.

«Prima registreremo una voce fuoricampo che reciterà questa parte. Leggila e poi prova a recitarla»

Di tutto il lungo monologo che leggo, capisco ben poco, ma una frase mi scalfisce la mente in modo irreversibile:

«Essere sepolti vivi è senza dubbio, il più terribile tra gli orrori estremi che siano mai toccati in sorte ai semplici mortali. Che sia avvenuto spesso, spessissimo, nessun essere pensante vorrà negarlo. I limiti che dividono la Vita dalla Morte sono, nella migliore delle ipotesi, vaghi e confusi. Chi può dire dove finisca l’una e cominci l’altra?»*

Ingoio amaramente, poi mi alzo in piedi e comincio a leggere come fosse l’ultima volta, ho bisogno di questo lavoro.

Lui si tira su le maniche di continuo e si sfrega le mani, mi fisso su quella voglia porpora che gli deturpa il viso. Le piccole lentiggini che gli decorano la testa glabra sembrano formare uno strano disegno che mi mette a disagio. Continuo.

Silenzio, mi guardo i piedi, ho gli stivaletti sporchi di fango, mi sono scordata di pulirli.

Batte le mani, alzo gli occhi, sorride di traverso:

«Sei l’unica che l’ha letto così, sentivo la paura vibrare nella tua gola, il terrore brillare nei tuoi occhi. La parte è tua, non ho bisogno di altro»

Non so cosa dire, dovrei essere contenta e invece non vedo l’ora di andarmene via.

Voglio Fabrizio.

«Sono molto felice, ho davvero bisogno di questo ingaggio»

«Brindiamo. Un accordo non si conclude senza una stretta di mano, davanti a un buon bicchiere di vino»

Ecco cosa aveva nella valigia. Una bottiglia e due bicchieri. Mi si chiude lo stomaco, ma mi inchioda con quei due pozzi d’acqua trasparente che mi fissano dietro agli occhiali.

Mi aspettava davvero.

Butto già il vino rosso tutto d’un fiato, lui no. Lui sorride con la bocca storta e continua a guardarmi.

Mi tremano le gambe, mi siedo. Lui si sfrega la mani sempre più velocemente. La stanza gira, è sempre tutto più scolorito. La macchia viola si avvicina, ho freddo.

«Finalmente posso presentarmi, io sono Fulvio Luci»

Buio.

*da «La sepoltura prematura» di Egar Allan Poe

La carne è la forma, il Congegno la sostanza. I loro occhi, quegli occhi incisi dal terrore, bloccati dalla morte, ti guarderanno per sempre. Io sarò lì accanto a te, tenendoti la mano gelida. E il dolore cesserà, per sempre.

Alice dorme per terra, ha le labbra socchiuse; i lunghi capelli castani le cadono sul viso, e lo proteggono. Un occhio rosso la fissa, senza stancarsi mai. Lei non sa, non ancora.

Lui ha molto lavoro da fare. Il tavolo di freddo argento è pronto ad accogliere il primo attore del nuovo film che sta per realizzare.

Lo sta già girando. Nella seconda pellicola rivelerà tutto, lo deve al suo pubblico.

La ragazza sbadiglia, apre piano gli occhi, due gemme di ambra dalle sfumature color cioccolato. Poi si tocca la pelle nuda; si irrigidisce al contatto con le pesanti catene di ferro che la bloccano mani e piedi al muro della cella.

Un abisso di fetore le colma le narici. Tanti corpi ammassati accanto a lei, carni corrotte dai vermi, sangue che ha smesso di scorrere ormai da settimane, occhi che non vedranno più. Tutte donne.

E l’anello, una luccicante farfalla d’oro con gli occhi di zaffiro che stringe il dito di quella mano gonfia, con le unghie ancora laccate di rosa.

Alice ce l’ha fatta, finalmente li ha trovati.

La ragazza grida, ma non la sentirà nessuno, le scoppieranno i capillari negli occhi per lo sforzo, ma ci sarà solo una persona ad ascoltarla.

Il regista sdraia sul tavolo un cadavere grigio in posizione supina e lo pulisce con cura, lo gira a faccia in giù e continua con la stessa meticolosa preparazione.

Lei si lacera la pelle inchiodata dalle catene che non lasciano scappare.

Lui non le dà attenzione, poi lo prende: uno scheletro d’acciaio e vene elettriche, la scintilla di una nuova esistenza, la sostanza di quella carne guasta. Lo fissa al corpo: alla nuca, la spina dorsale, le natiche, le cosce e i piedi, si assicura che sia stabile; il suo occhio rosso lo osserva soddisfatto.

Alice continua a lottare, ma la stanchezza la sta calmando.

Con mano sicura l’uomo tira su il cadavere, che se ne rimane dritto come una quercia, poi prende un grande telecomando, e la vita ricomincia. Il corpo inizia a danzare, con movimenti rotti e regolari, solo gli occhi sono immobili, vestiti di morte.

La luce rossa si gira verso Alice e le inquadra gli occhi enormi, giganti.

Nessuno si accorgerà della sua mancanza, non fino a domani.

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