Resistente al candeggio

Secondo appuntamento della nuova rubrica dello Ziggy’s dedicata a tutto quello che una donna non farebbe mai. Stavolta è il turno della nostra Beatrice Galluzzi.

 

donne difettose

“Non sono del tutto ok,
ma credo che nessuna donna lo sia.”
Amy Winehouse

Maggio 1989

Fiorella aveva un sacco di faccende da sbrigare, tipo uscire a fare la spesa, passare alla posta per pagare i bollettini dilazionati di un prestito, preparare il pranzo e stirare le camicie ma non riusciva proprio a staccarsi dalla visione di quel fondoschiena.
Lì, davanti allo specchio, dove ora si accatastavano tra loro molecole di adipe, una volta c’era uno scolpito culo d’atleta di cui andare fieri. I campionati delle Olimpiadi del ’84 le erano sfuggite per un soffio, ma l’allenamento c’era stato, l’impegno anche, e quello che ne era venuto fuori era un fisico armonioso, tonico, e dai muscoli gentilmente aggraziati dalla ginnastica artistica.
-Ma che cazzo mi è successo? – si lasciò scappare lei a voce alta, mentre si cincischiava con la punta delle dita la cellulite sulle cosce.
E la risposta venne da sé: nello specchio vide riflessa l’immagine della foto del suo matrimonio erigersi sopra la spalliera del letto dorata. In quello scatto lei rideva, per quella che poteva ricordare come l’ultima volta, e suo marito, che per l’occasione aveva anche avuto lo slancio di abbracciarla, teneva il mento ritto verso il fotografo, in fare soddisfatto. Fiorella si era piaciuta quel giorno, a dire il vero. Il suo vestito era stato gentilmente regalato da sua suocera (che non mancava di ricordarglielo) ed aveva le maniche a sbuffo con le spalline, e le paillettes tempestavano lo strascico di due metri come se fossero appena piovute dal cielo. In testa, i fiorellini di roselline cangianti, gli incastonavano quella che era più un’impalcatura di una pettinatura, e i lunghi guanti di raso lucido si arrampicavano sulle sue braccia ancora magre, poggiate sui fianchi sfuggenti.
Si girò di scatto, inorridita da quell’immagine. Ce l’aveva tutti i giorni sotto tiro, eppure le sembrò di non averla mai vista davvero. Era la prova lampante del rocambolesco fallimento in cui era precipitata la sua vita. Andò verso l’armadio e lo spalancò. Dalla parte di suo marito c’erano un infinità di camicie, tutte perfettamente stirate. Ne prese una e la esaminò: era perfetta, non c’era nemmeno una piega. Chissà quanto ci aveva messo a farla diventare così inamidata, forse un’ora, due. Ormai aveva perso la cognizione del tempo che sprecava a fargli da serva. Si ricordò del giorno prima, quando lui l’aveva nuovamente umiliata.
-Ci vuole tanto a stirare una camicia?- gli chiese.
-Si, abbastanza – rispose lei mortificata, non afferrando dove suo marito voleva andare a parare.
-Ma dove vivi? – gli urlò lui – svegliati! – le diede uno scappellotto dietro la nuca – mi vuoi mandare in giro così, come un morto di fame? Non la vedi ‘sta merda! – e indicò con le sue dita unte un punto in cui il colletto era leggermente scolorito – non sai nemmeno candeggiare! Ma che te lo devo dire io come si smacchia? E poi, dovresti comprarmi delle camicie più buone, resistenti al candeggio! Sei proprio una donna inutile – fece una smorfia con la bocca, i cui lembi si allungarono all’ingiù in segno di disgusto – ti credo che non rimani incinta, se non funziona il cervello figurati le ovaie! – poi, mentre se ne andava, tirò la camicia per terra.
E pensare che l’avevano avvertita, non c’è che dire. Il matrimonio ti cambia, vedrai, dicevano. Hai finito di vivere, divertiti finché sei in tempo, e altre cose spiacevoli da dire a una giovane donna che si sta per sposare. E perchè mai dovrebbe essere così? Pensava lei. Io sono io, si diceva, e rimarrò me stessa. E invece no. Il suo fisico sformato ne era la prova e suo marito Edoardo si rivelò la peggior profezia che gli potessero augurare.

casalinga

7 anni prima

Edoardo Lambruschi, detto Dollaro, era un arricchito che aveva fatto fortuna comprando e rivendendo le case all’asta. Aveva cavalcato un’onda economica straordinaria investendo sul mattone e si era aggiudicato diversi appartamenti, tra cui il suo. Diversi soldi li aveva vinti anche con il gioco d’azzardo, perchè il brivido che riusciva a dargli il fatto di puntare su un tavolo verde le sue ricchezze in compagnia di quattro stronzi, era il massimo della libidine. Una volta, per ridere, si era giocato persino le mutande, nel senso letterario, ed era dovuto tornare a casa con su indosso solo la tenda del salotto del suo amico Giannone.
Il 27 di dicembre del 1983 era scappato dall’ennesimo pranzo di famiglia post-natalizio, e aveva fatto bene, perché ne era uscito vincitore: duecentomila lire erano diventate due milioni. Alla faccia di tutti quei coglioni che lo sfottevano perché il padre faceva il macellaio. Ora una carriera ce l’aveva. Poteva permettersi di girare con una bella Porsche 959 sport, e le scarpe se le faceva fare su misura da un calzolaio vicino a Via Manfredi, di quelle a punta con il gemello laterale, come piaceva a lui. Quando uscì ringalluzzito dalla squallida saletta del poker di Gino Goffridi, un vento gelato gli schiaffeggiò il viso, sentì la brina passargli attraverso i lunghi baffi e frizzargli sulla pelle. Era di buon umore, anzi ottimo. Passò davanti al fioraio di via Tirabatti, stringendosi nel cappotto di cammello.
-Fammi un bel mazzo, giovanotto – disse in tono paternale al ragazzo magro che spuntava da dietro il bancone.
-Che fiori preferisce, signore? – gli chiese lui ansioso. Sapeva chi era Dollaro, e non voleva che suo padre scoprisse lui gli aveva chiesto una bella composizione, e non l’aveva saputa fare.
Edoardo tirò fori una banconota da centomila lire- Fai tu – proferì, e uscì dal negozio per fumarsi una sigaretta.
Quel ragazzetto per poco non gli ci mise tutto il negozio, in quella composizione. Il bouquet era talmente gonfio che per poco non passava dalla porta. Meglio, pensò Dollaro, le cose più sono esagerate più fanno figura.
Con un gesto di consenso della nuca, ringraziò il ragazzo che, sollevato, tornò al riparo nel suo negozio. Edoardo si diresse a passo deciso verso il palazzetto dove alloggiavano le atlete, gli sembrava persino di sudare, nonostante il freddo. Qualche giorno prima, le aveva viste allenarsi con la tuta della nazionale, ed era rimasto folgorato da una ragazza snella e alta, con i capelli legati in uno chignon, che lanciava in aria una specie si nastrino con una bastone, per poi riprenderlo in un salto mortale. Chiese alla portiera dei campi sportivi chi fosse la ragazza a cui era interessato, ma quella gli rispose che sono tutte snelle le atlete e legano tutte i capelli con lo chignon, e quindi una valeva l’altra. In quel momento lui la vide passare, gliela indicò, e allora la vecchia becera gli proferì il suo nome, non prima di aver accettato cinquantamila lire.
Entrò diretto verso l’ingresso, e poggiò il mazzo di fiori sul bancone della portineria. Nel biglietto c’era scritto “Alla più bella della nazione, Fiorella”.
Quel gesto fu motivo di invidia di tutte le altre ospiti del palazzetto. Erano lontane da casa, dalla famiglia, dagli innamorati e, a parte il loro allenatore che le ammoniva dalla mattina alle sera minacciandole di sciagure, nessuno le filava di pezza. Fiorella era fortunata: un uomo l’aveva scelta, desiderata, e reputata importante. Mentre nello sport sei qualcuno solo quando vinci, e questo è molto raro. In tutti gli altri casi, comunque, finisci del dimenticatoio dell’umanità.
Fu per questo la giovane Fiorella Vaccari decise che forse non valeva la pena si sprecare la sua vita appresso ad un obbiettivo tanto aleatorio come una vittoria ad una gara, pur importante che fosse. Si doveva fare una famiglia, questo le aveva chiesto il padre prima di morire, e così lei ci provò.

23 Settembre 1989

Il profumo dell’autunno disturbava gli animi di chi non voleva che l’estate finisse, continuava a rincorrere i raggi del sole in giro per la città, affacciandosi alle finestre, sdraiandosi su un prato durante la pausa pranzo o abbronzandosi sul balcone nuda, come faceva Fiorella.
Lei si era ritagliata un angolino del terrazzo, che si era foderata con le canne di bambù, così nessuno la vedeva, e leggeva un Harmony in santa pace. Quello era uno degli unici momenti per sé, quelli che riusciva a ritagliarsi dalle faccende domestiche e dal lavoro serale al ristorante. Tutto avrebbe pensato, quando aveva deciso di sposare Edoardo, tranne che avrebbe fatto quella fine. Non lo aveva sposato per soldi, anzi. Lei si innamorò davvero di quel simpatico ragazzotto un po’ spocchioso con i lunghi baffi neri, ma il fatto che avesse una sicurezza economica, un buon lavoro, le fece lasciare la sua carriera con un po’ meno pensiero, perchè non avrebbe voluto vivere tutta la sua esistenza nei rimpianti di ciò che non aveva fatto. E ora si trovava a portare una taglia 48, abbondante, a prendere il sole in un angoletto di un balcone di una casa al quarto piano senza ascensore di un quartiere sovrappopolato, e a dover fare i doppi turni al ristorante sottocasa per coprire i debiti del gioco del marito, che ormai, a lavorare, non ci andava neanche più.
Mentre Fiorella affondava la mente in quelle pagine romantiche, rimpiangeva i momenti in cui anche lei li aveva vissuti: baci lunghi, notte intense di amore, camminate mano nella mano. E ora, gli slanci emotivi di Edoardo si riducevano a qualche palpata al seno ed una scoreggia.
Un piccione si appoggiò sul davanzale del terrazzo di sopra, si sporse indietro e le cacò sul braccio. Fiorella rientrò di corsa in casa imprecando, e andò in bagno a lavarsi. In quel momento sentì aprire la porta di casa: era Edoardo, tornato stranamente a casa prima di far buio.
-Le parolacce non si addicono a una donna – gli urlò dal salotto – sei sempre stata una troglodita!
Fiorella sentì un groppo serrargli la gola e gli occhi colmarsi di lacrime sino a rendergli la vista annebbiata, ma le rimandò indietro. Edoardo arrivò in bagno, si appoggiò allo stipite della porta. Lei lo guardò, aveva la barba sfatta da tre giorni, il colorito spento di chi sta tutto il giorno buttato in un bar a bere, e la pancia sporgente.
-Che fai piangi? – le disse.
-Perchè fai così? Ma che ti ho fatto? – chiese lei.
-Che mi hai fatto? Ma ti sei vista? Ti ho preso che eri un fiorellino, una strafica. Mi hai fregato, e poi in pochi anni ti sei sfatta come una cacata di vacca. Guarda lì – si avvicinò ai suoi seni, e ne prese in mano uno – guarda che flaccidume- Fiorella rimase immobile, a osservare il suo seno ciondolare tra le mani di Edoardo – E questo? – il marito la girò di spalle per farla guardare allo specchio da dietro -ma non la vedi la cellulite che c’hai sul culo? Sembrano i crateri della luna! –
-E tu allora? – sbottò lei – eri dolce e romantico, a me piacevi! E ora cosa sei? Una larva umana! Uno che si è sputtanato tutto quello che aveva per fare il gradasso con i suoi amici. Avevamo tutto, potevamo essere felici! Poi chi cazzo te l’ha detto che la colpa è mia se non rimango incinta? Magari è colpa tua, e di quell’inutile gingillo moscio che ti ritrovi tra le gambe!
Una botta travolgente come un sportellata in piena faccia travolse Fiorella levandole la vista. La testa sbatté contro il mobiletto del bagno, le orecchie le fischiarono dal dolore e il nero la avvolse. Quando riprese i sensi si mise una mano dietro la nuca, e se la inzuppò di sangue. Era dolorante, ma ancora viva. E Edoardo Lambruschi, detto Dollaro, se ne stava in salotto davanti alla tv, mentre con una mano teneva una birra e con l’altra si grattava i peli del pube.

24 settembre 1989

-Guarda il lato positivo – si disse Fiorella osservandosi allo specchio – uno dei vantaggi dei capelli lunghi è quello di poterseli legare in uno chignon – si alzò la chioma e controllò che non ci fossero più residui di sangue dopo aver fatto la doccia – e nascondere un bernoccolo dietro la testa.
Fece un lungo respiro, e per farsi coraggio, guardò la sua immagine riflessa e si fece un sorriso, forzato come quello di clown a cui puntano una pistola alla tempia. Le faceva male quella ferita, ma non più di quella che aveva nel cuore.
Quel giorno, era l’anniversario del suo matrimonio e Edoardo se ne era scordato ,come faceva ogni anno. Si era svegliato tardi, aveva fatto colazione con mezza torta di mele e una ciotola di caffè e latte, e se n’era uscito, dicendo che aveva delle cose importanti da sbrigare. Cose che, tra l’altro, non mettevano in conto il fatto di guadagnare dei soldi. Tutti lo chiamavano ancora Dollaro, ma ormai era solo un altro modo per prenderlo per i fondelli.
Ormai tutti gli averi della famiglia Vaccari-Lambruschi erano stati messi su piazza al tavolo da gioco, e un giro dopo l’altro: vuoi la sfortuna, vuoi la stanchezza, vuoi l’età, erano finiti in mano ad altra gente che condivideva la passione per le partite di poker, e le vinceva.
Fiorella si era presa la giornata libera, avvertendo il titolare del ristorante “La Bitta” ben due settimane prima, quindi appena il marito uscì di casa lei si mise al lavoro per preparare il gulasch e l’arrosto di vitella. Tutto ciò che le serviva per dare un senso a quella giornata.
Quando Dollaro tornò a casa, non era in vena nemmeno di parlare. Gli scagnozzi dello strozzino che gli aveva prestato quindicimilioni erano passati davanti al bar Nanni, affacciandosi al finestrino di una fiat Tipo con un coltello che gli ciondolava dal braccio. E non fu contento quando aprì la porta e la moglie tutta in ghingheri gli corse incontro con due prosecchi nelle mani.
-Auguri tesoro! – gli disse.
-Che fai hai bevuto? – rispose lui spostandola.
-Ho fatto un brindisino al nostro anniversario, non ricordi?
-No. Non sono dell’umore giusto. – fece per andare a cambiarsi – e poi che è st’odore di merda? Non mi dire che hai cucinato il gulasch? Lo sai che mi fa vomitare! Tu e quella mentecatta di tua madre, nemmeno un uovo al tegamino sapete fare! -tornò con addosso solo un paio di slip e una canotta.
Fiorella nel frattempo accese le candele che guarnivano la tavola apparecchiata con una tovaglia color salmone ed i tovagliolini con i nontiscordardime viola. Il suo vestito arricciato, che le fasciava dolcemente le curve, era intonato all’atmosfera.
-Ma come ti sei conciata? – gli fece lui – Sembri un prosciutto ficcato nel budello di una salsiccia.
Che strano, questo commento non provocò nessuna reazione.
-Accomodati – gli fece lei – ho fatto anche l’arrosto, quello ti piace giusto?
-Dammi va, che c’ho fame.
-Aspetta, fammi levare il filo – con grande meticolosità Fiorella srotolò tutto il filo dall’arrosto succulento.
-Ma quanto ci metti, forza! – Dollaro glielo sfilò dalle mani, se lo mise nel piatto e cominciò a tagliarlo in malo modo, facendo delle fette alte come una bistecca e schizzando l’olio ovunque sulla tovaglia pulita. Iniziò a trangugiare quello che aveva nel piatto con la foga di un mendicante del Medioevo.
Nel frattempo Fiorella aveva fatto il giro del tavolino, gli si era avvicinata al marito da dietro.
-Uuuuu – il piatto cadde in terra.
Il filo dell’arrosto gli penetrò nella carne nel collo tanto da toglierli il respiro, e la moglie infierì, strinse di nuovo, lo tirò a sé e caddero insieme all’indietro, lui ancora seduto sulla sedia. Dollaro provò a lottare ma la morsa era stretta. Dentro i muscoli di Fiorella c’era ancora il ricordo di una forza difficile da contrastare. La presa si allentò per qualche secondo, giusto il tempo per far riprendere fiato a Edoardo, che cascò sul fianco, violaceo nel viso.
-Caro, cosa fai? – fece lei. -non è così che si sta composti a tavola.
Lui annaspava, ancora non capiva cosa stesse succedendo. Ma il tono demoniaco della voce di sua moglie, la dolce ragazza di provincia Fiorella Vaccari, gli fece rizzare tutti i peli delle gambe.
Lei, senza dargli modo di pensare, gli legò mani e piedi alla sedia usando la matassa del filo da cucina, e lo tirò su, rimettendolo al suo posto.
-Ma che cazzo ti credi di fare, deficiente? – disse lui con la voce roca. L’epiglottide gli doleva da morire.
-Festeggio, no? -rispose – stasera sarà un’occasione per ripercorrere gli anni della nostre unione!
-Non dire cazzate stronza! Slegami! – provò a fare leva con mani e piedi ma i nodi erano belli stretti e il filo sottile cominciava a penetrargli nella carne. Dove vai? – fece lui, vedendo sua moglie andare in camera da letto e tornare tutta contenta.
-Guarda amore – fece – questi sono tutti i calzini scompagnati che ti ho perso negli anni: uno verde, uno blu, uno a righe grigie, tutti scompagnati! Ti ha sempre fatto arrabbiare questa cosa, vero?-iniziò a metterli uno dentro l’altro.
-Hai finito co ‘sta pantomima?
Fiorella si avvicinò al marito -Smettila di parlare, tesoro, rovini l’atmosfera – e gli ficcò tutti i calzini in bocca.
-Mmmm, mmm – faceva lui, dimenando il capo.
-Oh, senti che silenzio…- si avvicinò allo stereo e spinse play, partì la musica della Lambada.
…Chorando se foi quem um dia so me fez chorar…
-Mi sarebbe piaciuto tanto andare a ballarla con te, ma non mi ci ha mai portato. Dici che la musica latina è per i froci e le donne idiote, come me, giusto?
Lui fece di no con la testa.

casalinga pazza
-Allora, intanto cominciamo dalla zuppa, che ne dici?
…Chorandoestara? Ao lembrar de um amor, que um dia nao soude cuidar…
Fiorella, tutta pimpante, ancheggiava sinuosamente mentre si dirigeva ai fornelli. -Ah no, che stupida! Non vorrai mica mangiare in maglietta. Aspetta! – tornò in camera da letto, e prese una camicia grinzosa.
-Oddio e ora come faccio a infilartela se hai le mani legate? Dunque, dai non fa niente, te la appoggio sulle spalle, ma non prima di avertela stirata perbenino.
Un ferro da stiro rovente era pronto in un angolo della cucina. Lei lo prese, srotolò il filo.
…a recordacao vai estar com ele aonde for…
-Eccoci amore – tirò il ferro in alto, poi lo mise davanti al viso di suo marito, che aveva cominciato a sudare come un maiale, e spinse il bottone del vapore.
-Nnnnn – Dollaro se la fece nelle mutande.
-Uuuuu guarda qui quanto è stropicciata questa camicia! – fece lei, e appoggiò il ferro su una spalla di Edoardo, usandola come tavola da stiro. Lui cominciò a piangere come un bambino – ecco, ecco – Fiorella faceva su e già con la piastra – così viene bella piegata – un odore di pelle bruciata si diffuse nella stanza e sii mischiò a quello del gulasch. La pelle di Edoardo ci cominciò a spaccare e la camicia si inzuppo’ di liquidi corporei.
-Perfetto, ora siamo pronti!
…danca sol e mar, guardare? no olmar o amor faz perderencontrar…
Le lacrime di Edoardo si fondevano al terrore in cui sprofondavano i suoi occhi.
-Questo è il tuo adorato goulash! – Fiorella si diresse verso di lui con un pentolone in mano, che fumava come una ciminiera. Si piazzò davanti a Edoardo, e glielo rovesciò sull’addome, che si contrasse e si srotolò come una medusa in mare aperto.
-Oddio tesoro, come fai a grattarti nelle mutande senza mani? – gli chiese lei – beh, lo farò io per te! – e gli alzò leggermente gli slip, in modo che la zuppa rovente ci scivolasse dentro.
Dollaro era un groviglio di dolore, gli sembrava che qualcuno gli stesse strappando via la carne a brandelli.
-Ma tu guarda – disse Fiorella – hai insozzato tutta la camicia di sugo, e ora? – guardò in alto, poggiandosi una mano sul mento come a riflettere – ma certo, devo candeggiare, no? Sempre che io sia capace a farlo!
…a recordacao vai estar com ele aonde for…
Edoardo non le rispose, era svenuto.
Fiorella aprì il mobiletto sotto il lavello e tirò fuori un flacone da due litri di Candeggina.
-Oh, ora si che ci capiamo! Bisogna saper smacchiare, giusto? – stappò il contenitore e rovesciò un fiotto del liquido sulla camicia del marito. Quello, dal bruciore che gli provocò il contatto con le ustioni del ferro e della zuppa, si risvegliò. Ci mise un qualche secondo a tornare di nuovo in sé e a capire che situazione stava vivendo. Non riusciva a respirare bene per via dei calzini che aveva in bocca, era stordito, dolorante, e soprattutto impaurito, perché quello che vide quando mise a fuoco, fu la moglie con un imbuto in mano, un enorme imbuto, quello che si usa per travasare la benzina.
…a recordacao vai estar com ele aonde for…
-Senti tesoro, io lo capisco sai, che magari puoi pensare male a vedere cosa ho combinato. Tutta la cucina in disordine, un piatto rotto in terra, la tua camicia sporca di sugo, ma credimi, voglio rimediare. Voglio dimostrarti che se una cosa è buona, resiste nel tempo, come il nostro matrimonio.
-Mmmm – Dollaro piangeva e si dimenava come se fosse sulla sedia elettrica, e sarebbe stato meglio per lui.
Fiorella Vaccari, ex-atleta della nazionale di ginnastica artistica, figlia unica di un padre allevatore di mucche che morì quando aveva diciotto anni e di una madre austriaca con l’Alzheimer precoce, si avvicinò al suo compagno di vita, gli tolse i suoi calzini dalla bocca, usò tutta forza per tenergli ferma la testa e gli ficcò un imbuto per gola, svuotandogli quello che restava della varechina nella bocca.
Lui strabuzzò gli occhi, come se avesse appena visto la Madonna, provò a dire qualcosa ma quello che ne uscì fu solo un gorgoglio smorzato.
…canao riso e dor, melodia de un amor, un momento que fica nu ar…
Fiorella trascinò una sedia e la mise davanti a Edoardo Lambruschi, detto Dollaro, e sporgendo la testa di lato lo guardò diventare bianco come un fantasma.
-Ecco, lo vedi amore, grazie a te ora sono una donna completa! Ma come ho fatto a metterci così tanti anni a capire come si candeggia?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...