Disertore

Ecco il primo racconto della nuova rubrica Donne Difettose, direttamente dalla penna di Alice Scuderi.

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Non pensavo mi sarei sentito così bene. Non in questa condizione, non in questo corpo. Non con lui.
Ma non potevo dirlo ad alta voce, non potevo nemmeno lasciare intendere che lo stessi pensando.
Già Bernie Shein, il medico responsabile del gruppo shift del mio quartiere, non so come ma aveva mangiato la foglia: – Il primo controllo dopo lo shift, di solito mi trovo a visitare soggetti depressi o quantomeno alterati – mi aveva detto, sorridendo come una vipera – tu invece…– e aveva lasciato la frase a galleggiare nel vuoto, ma non era leggera: mi pesava al collo come un macigno.
A casa avevo fatto un po’ di training autogeno davanti allo specchio: cercavo di togliermi dalla faccia l’espressione soddisfatta nel guardarmi i seni sodi, i lunghi capelli morbidi e quel triangolo scuro e odoroso in mezzo alle gambe, quella macchia di colore così intonata alla tinta della mia pelle. Mi guardavo sforzandomi di non pensare a un’armonia perfetta.
Questo è un corpo mostruoso, mi ripetevo ad alta voce; Sei solo un utile abominio.
Era stato scelto proprio questo slogan per la campagna di incentivazione al cambiamento: un utile abominio per la salvaguardia della nostra specie.
Non m’importava nulla delle menate evoluzionistiche, io avevo aderito per soldi. Davano un bell’incentivo a chi si sottoponeva allo shift: il cambio di sesso non era così doloroso, la mutazione avveniva nel giro di pochi giorni; poi, una volta terminata, sarebbe cominciata la campagna di reclutamento: sarei stata scelta da uno o più maschi per l’accoppiamento e la riproduzione. Questa era la fase più impegnativa, che ti sforzavi di affrontare solo pensando a tutti gli zeri che avresti poi visto comparire, come piccoli funghetti felici, nel saldo del tuo conto corrente.
Io avevo già organizzato tutto: farsi scopare da un uomo non sarebbe stato un problema con una pillola di flunitrazepam, che stordiva e faceva dimenticare. Perfetto e indolore.
E dopo la gravidanza, sarei tornato a farmi sistemare i gioielli e mi sarei ripreso la mia vita, anzi meglio, me ne sarei fatta una nuova, di lusso.

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La maggior parte di quelli che erano nel capannone a farsi somministrare ormoni, il giorno previsto per lo shift, come me, sapevano poco e niente di quella procedura.
Che fosse un intervento richiesto dal governo in situazioni di emergenza, era tutto ciò che ci poteva interessare. E in questi ultimi anni, con nuove epidemie che si diffondono con la velocità di uno starnuto,  la crisi è ormai diventata concreta.
Perché le femmine siano una soluzione, sempre abominevole, sia chiaro, non me lo sono mai chiesto. Del resto non ne avevo mai vista una, non se n’è mai parlato, neanche nei libri di scienze.
Se ne chiacchierava un giorno, al bar del centro medico, davanti a un bicchiere di birra; eravamo io, Freddie e Telson, i miei vicini di letto:
–Secondo me ‘sta storia di diventare femmine non c’entra con le epidemie.
–Già, anche per me quella è roba che viene fuori da qualche puttanata chimica che hanno fatto e non ci vogliono dire.
–Forse siamo solo delle maledette cavie.
Ridevamo, perché in ogni caso a noi spettavano bei soldoni. Un medico, appoggiato al bancone, non faceva che guardarci o meglio, io credevo guardasse tutti noi. Giovane, oggettivamente bello, l’aria malinconica e trasandata dello studioso un po’ matto. Rimase lì ad aspettare, finché i miei due nuovi amici non se ne furono andati.
–Posso? – Si sedette dopo il mio cenno.– Lei è un soggetto volontario, giusto?–
–Sì, sono Daniel Maze.– Gli allungai la mano in modo deciso, non mi sono mai piaciuti i toni troppo formali.
–Piacere, io sono il dottor Del Valle. Antonio. – La strinse in modo caloroso, sorridendo.
–Scusa se mi sono avvicinato, ho sentito che parlavate della procedura. Questa è la prima volta dopo quasi cento anni e sono elettrizzato! Far parte del team scientifico è una grande emozione e riesco a trattenerla a stento.
–Che onore, un vero scienziato.– Mi uscì peggio di quanto volessi.
–Forse ti sto dando fastidio, è meglio che vada.
–No, scusami, sono un cafone; saranno questi maledetti ormoni che parlano. Resta. Non volevo essere maleducato, è solo che…–
–Solo che…?
–Beh tutta questa eccitazione mi sembra un po’ ridicola; e se l’esperimento andasse male? Ci fareste anche la figura dei torturatori.
–Il problema è che voi pensate sia un esperimento, in realtà questa procedura è standardizzata da un migliaio di anni, ma non avendola utilizzata in ogni generazione, alcuni non sanno nemmeno che esiste. Quando parliamo di salvaguardia della specie, diciamo la verità, non è solo una pubblicità.–
Era serio e limpido, mi piaceva ascoltarlo. Lo lasciai parlare, rimanemmo al bar fino alla sua chiusura. Non so se erano gli ormoni, ma sentivo ogni sua parola cadermi dentro con un tonfo più forte; non avevo mai provato una percezione così intensa dei pensieri e delle cose. Non fissai i concetti, lui parlava di genoma stabile, di ricombinazione genetica, riproduzione clonale e altre stramberie che però, dette da lui, mi facevano sorridere. Solo una frase mi rimase incollata addosso: tutti uguali, non siamo in grado di reagire ai cambiamenti. Lo disse ingollando l’ultimo sorso di birra, quello più amaro. Da quel giorno ha seguito lui il mio shift.

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Prima mi abbracciò da dietro, tenendomi il viso glabro, liscio immerso nell’incavo del collo. Succhiava il mio odore fino all’ultima goccia, lo sentivo sorridere di quel piacere. Lo avevo fatto anch’io, appena mi ero guardato allo specchio: avevo messo le mani davanti alla mia nuova bocca a forma di cuore, per inspirare a pieni polmoni il mio alito vergine e selvatico.
Poi aveva cominciato a darmi piccoli morsi dentro ai baci; io tenevo ancora stretta in mano la pillola di flunitrazepam:
–Non la prendere, lasciati andare. Segui il tuo istinto.
Tremavo. Sentivo il suo desiderio appoggiato a me come una supplica. E lo volevo anch’io, tanto.
–Non so più chi sono.– Gli dissi tra le lacrime, mentre lui mi sbottonava la camicia, accompagnando ogni tocco delle dita con un bacio. Poi mi appoggiò le mani incrociate sul petto, all’altezza del cuore, guardandomi fisso con quegli occhi così nudi da far arrossire:
–Non devi pensare, devi sentire: tu sei sempre Daniel, ma ora devi ascoltare cosa ti dice il tuo nuovo corpo. Forse è questa la tua vera voce…–
Passammo tutta la notte insieme, e il giorno dopo e quello dopo ancora. Mi dimenticai chi ero prima dello shift. Essere maschio era stata una coincidenza, diventare femmina una vera nascita.

Non pensavo che sarebbe successo tutto questo; pensavo allo shift come a una fase, non come a un inizio. Ho avuto un figlio da Antonio, ma non l’ho nemmeno visto. Chissà se immagina, nell’istituto di educazione pubblica in cui sta crescendo, in una città sconosciuta, di essere nato non da un esperimento, ma da un’emozione. Non l’ho mai detto ad alta voce, non ne ho avuto il coraggio, ma ha un suono bellissimo sulla bocca di Antonio; ti amo, dopo il sesso me lo sussurra appena, ma per me è come una pubblicità urlata in prima serata.
Non mi resta altro, nell’esilio in cui mi sono rinchiusa: disertore è la condanna, sono una donna fuggiasca, in un mondo di soli uomini. Ma non posso tornare indietro.
Di ciò che ero mi è rimasto solo il nome, un abito vecchio che indosso per ridere un po’ dell’aspetto folle che mi dà.

Forse non sono l’unica a vestirmi così, ma chissà dove sono le altre, se mai ci ritroveremo, se anche loro sono la metà di qualcuno che si credeva intero.

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