Nota Bene: LA MIA BUONA STELLA

Questa settimana vi presentiamo Duccio Matteuzzi, con un racconto e una canzone stupendi.

N.B= nessun Nota Bene, lasciatevi andare e basta

Guardo la tua espressione in una foto di tanto tempo fa, quasi sorridi. Vicino a un fosso ai margini di un bosco, io e te. Facevamo sempre quel gioco quando era la stagione: chi trova più funghi. E tu mi facevi vincere, per la mia gioia ma anche per la tua. Ma non ti limitavi a questo, mi chiamavi perché avevi paura che mi perdessi, dicevi. In realtà poi quando venivo da te trovavo casualmente sempre il fungo più grosso, e tu a prenderti in giro per non averlo visto prima… Ora sei andata via, da tempo non ci sei più e con te se n’è andata una parte di me. Ti ho persa, mi sono perso.

Le immagini mi cercano, mi portano indietro dove tutto era possibile. Sono pronto per questo viaggio nella memoria, mi sono fermato e sosto per un po’ nei tuoi occhi ritrovando il tuo sguardo; ti vedo, ti sento, ritrovo l’odore di te. Un profumo atavico di latte, borotalco e pelle. Calore che si espande e una voce che rinasce dal mio cuore, la tua voce che mi sussurra: ‘Guardati intorno, apri i tuoi occhi, c’è vita intorno a te e tu ne fai parte!’

Ci sono posti che parlano, posti che possono sembrare lontani ma che in realtà aspettano soltanto di essere ritrovati e quando li riscopri è un po’ come se ti rendessi conto di non esserti mai allontanato e ti chiedi come hai fatto a dimenticarlo. Questo mi succede ogni volta che varco le mura della parte vecchia del mio paese. E tu sei sempre lì ad aspettarmi. Talvolta dall’alto di quel bastione chiamato

“Il Baluardo”, e ti trovo sul muro di mattoni, seduta, con quel sorriso che accarezza. Oppure appari d’improvviso e ti ritrovo al mio fianco lungo via del castello. La tua presenza è forte, ti percepisco dentro…

In questo scatto sei presa di spalle ai fornelli, solo il tuo viso, in una posa buffa di sorpresa, è voltato verso di me. Sei in vestaglia, abbiamo impastato insieme e tirato la sfoglia con la macchinetta. Io ero l’addetto alla manovella, e quanto mi sentivo bravo e importante! Eri tu che mi facevi sentire così: ‘Ecco gira piano, e ora che ha preso… veloce, veloce.’ Eseguivo alla lettera e non sbagliavo un colpo. Poi dopo aver preparato l’impasto c’era da attorcigliare il tortellino, e quella era un’arte. Io mi impegnavo ma pur applicandomi tu rimanevi inimitabile. E mi facevo raccontare quella storia secondo la quale il proprietario di una locanda di Bologna, sbirciando dal buco della serratura della stanza di una nobildonna sua ospite rimase tanto colpito dalla bellezza del suo ombelico che volle riprodurlo in una pasta ripiena. Ora stai preparando la cena, tortellini in brodo e poi il ‘lesso’, o bollito che dir si voglia, con il purè. E mentre preparavi la salsa verde si cantava insieme una delle canzoni del Sanremo appena passato. ‘Che sarà, che sarà, che sarà. Che sarà della mia vita chi lo sa! So far tutto o forse niente da domani si vedrà. E sarà, sarà, quel che sarà…’

Vento di vita è quello che sento con queste foto in mano. Ne avverto la forza e respiro il suo vigore. Come il vento che scompiglia i tuoi capelli, sei al mare con un costume intero a fiori e socchiudi gli occhi guardandomi. Senso di sicurezza, protezione. Che però ora ti smuove, ti confonde, ti scompiglia. Il vento della vita che arriva per ricondurmi all’eterno fluire di te… Mi sembra di sentire ancora i colpi del manico della scopa sopra la mia testa. Mi inseguivi in cucina intorno al tavolino di formica rosso e non mi acchiappavi, tra noi frapponevo le sedie e allora ti arrabbiavi di più finché non prendevi la granata, come dicevi tu, e allora sì che mi prendevi. Non usavi mai la forza, e quando mi colpivi mi fermavo subito piagnucolando per farmi coccolare un po’. La tua collera scattava sempre per lo stesso motivo: uscivo fuori, in strada, a giocare interi pomeriggi a pallone e quando rientravo ero sudato fradicio. E siccome puntualmente mi ammalavo, tu andavi su tutte le furie, ma un attimo dopo eri pronta a consolarmi asciugandomi con amore. La doccia o il bagno non erano contemplati perché a quei tempi erano concessi solo al sabato, e non ho mai capito bene il motivo.

Pesco fra le tante foto un’immagine di te mentre sei soddisfatta fra la lavatrice e la televisione. I primi elettrodomestici intorno alla fine degli anni sessanta. Ti bastava poco per accontentarti, piccole cose. E ricordo in tv uno sceneggiato terribilmente pauroso per me, bambino delle elementari: Belfagor – il fantasma del Louvre. Tu e babbo lo guardavate e io avvolto in una coperta arancio di ciniglia mi coprivo la faccia per non vedere. Andavo a letto terrorizzato, e aspettavo te, mamma, che con dolci parole mi tranquillizzavi. ‘E sarai un uomo molto prima di quello che pensi, avrai dei figli e un lavoro, e sarai il mio orgoglio’, mi dicevi, e io sorridevo sereno addormentandomi.

È successo quello che dicevi, sei diventata nonna due volte. Leonardo hai fatto appena in tempo a conoscerlo, aveva due anni quando ci hai lasciato. Non li hai goduti a pieno i nipoti, per via della lontananza, il lavoro, la vita stessa che ci divide a volte inspiegabilmente. Federico invece si ricorda bene di quando aspettava nel lettone “Nonna ‘Nena” per farsi fare il solletico, e io mi commuovo ogni volta proprio come te.

Ancora scatti, di polaroid, ci sono i miei figli, ma non amo queste foto. Te le portavo in ospedale quando già malata non potevi vederli. E ti erano sufficienti queste immagini e qualche racconto aggiungendo un pizzico di fantasia per strapparti un sorriso e farti tornare il buonumore. Mi hai sempre aspettato, anche l’ultima volta. Che stavi male si sapeva, ma ti sei aggravata tanto nel giro di poche ore e io non c’ero. Lavoravo lontano ma dovevo esserci, sono corso da te disperato. Sono arrivato e ti ho visto, tu no. Ma mi hai sentito, hai allargato le braccia, respirato profondamente e te ne sei andata. Senza una parola. Me ne hai dette e me ne hai lasciate dentro tante, che io dispenso ai miei figli con lo stesso amore e convinzione. E t’incontro in queste parole, trovando pezzi di te che profumano d’infinito, senza tempo, senza spazio e confini, profumo di eternità…

Dopo di te mi sono smarrito, ti ho smarrita. Non c’eri nei miei sogni e se la reminescenza cercava di venirmi a trovare la ricacciavo. Non c’era posto per te. Ti avevo accantonata per sentire meno dolore, per non soffrire. I giorni, il tempo passato hanno aiutato a metabolizzare la tua assenza e ti ho rincontrata. Sono tornato a trovarti al camposanto. A occhi chiusi nel fresco del vento e nel calore del sole ho aperto le braccia e ti ho sentita ancora. ‘Voglio sapere per cosa sospiri e se rischi tutto per trovare i sogni del tuo cuore. Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per amore, per l’avventura di essere vivo. Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita, o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro. Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non è bella tutti i giorni. Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti più vuoti. Voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto di te non l’ha fatto.’ Questo mi hai chiesto e io ti ho risposto.

Da allora ti porto con me ovunque io vada. Ti odo spesso e tu non perdi occasione per farmi sentire che ci sei. Sei venuta a proteggermi tante volte. Un rumore, un odore, un suono mi sono giunti in aiuto e io mi sono salvato, evitando il peggio.

How I wish, how I wish you were here… Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui.

Sei l’azzurro inseparabile del cielo, sei l’ultima cosa prima della sera, sei la mia mamma, sei la mia buona stella

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