Estate

UN’ESTATE D’ALTRI TEMPI

di Verusca Leonardi

Il sole che brucia sulla pelle, le risate dei ragazzi, le urla dei bambini e i battibecchi dei grandi che giocano a carte nascosti dagli ombrelloni. L’agognata estate con i gelati e i gialli di Agatha Crhristie era arrivata, cos’altro chiedere?

Era il luglio del 1969 e io avevo compiuto da poco undici anni. Un bel traguardo. Era quella fase in cui non ti senti più bambino, ma non ti puoi definire nemmeno ragazzo. Ricordo la frustrazione di sentirmi un ibrido.

estate

“Di quale categoria sono?”

Chiedevo con insistenza agli adulti di collocarmi in una definizione, ma niente, per quelli come me si andava poco lontano nel mondo convenzionale. Ma che importava, alla fine quell’estate me la sentivo addosso, mi apparteneva e dopo il grigiore di un anno passato sui banchi, finalmente il risveglio.

“Gloria aspettami!”

furono le parole più gettonate.

“Gloria aspettami!”

Continuavo a ripetere, ma lei niente. La sua bici sfrecciava fra nuvole di polvere e cespugli secchi. E io dietro come un matto a scansare le buche terrose e i sassi. La nostra amicizia era fatta di inseguimenti. Lei dodici anni, un maschiaccio dai ricci color del sole e dall’entusiasmo prorompente. Io magrolino con lenti spesse e modi educati, un vero gentil uomo d’altri tempi, o meglio, fuori dai tempi.

Non si capisce quale fosse la logica che ci tenesse insieme ma, sta di fatto che, i giorni scorrevano inesorabili scivolando lieti tra risate e brividi estivi.

E poi c’era un certo signor Armstrong e la luna. L’America e la luna. Anche quello uno strano binomio indissolubile che ci fece sognare. Un americano che portò all’apice il mito della sua patria, segnandoci per sempre, come se già non bastasse quell’invasione che ormai da tempo era diventata moda . Quell’estate tutti concordammo che la realtà aveva superato di gran lunga la fantasia. Non si parlò d’altro per giorni e quando le chiacchiere si esaurirono, nella mente avevamo ancora quelle immagini di gloria a stelle e strisce: il primo uomo sulla luna.

Quel giorno eravamo al campeggio “Le Tamerici” e tra tende e caravan eravamo in parecchi radunati di fronte a uno schermo tv. Gloria, seduta vicino a me, prese la mia mano proprio un attimo prima che sullo schermo venisse trasmesso il “grande passo”. L’imbarazzo e lo stupore mi crescevano dentro il petto. Un’emozione che non sarei riuscito a collocare in una definizione. Neanche quello poteva essere messo al suo posto. E poi il grande passo si compì e, in un fremito di estasi collettiva, Gloria mi baciò.

“Un piccolo passo per l’uomo e un grande passo per l’umanità!”

La frase riecheggiò sulle bocche dei presenti e io rimasi immobile.

Un bacio innocente, si intende, ma le sue labbra sfiorarono le mie e quello fu il famoso primo bacio, quello che non si scorda mai. Ma l’avrei capito più tardi.

Al “Camping Le Tamerici” che non era nemmeno di quelli grandi, ci si conosceva più o meno tutti tra le famiglie più abitudinarie. E anche quella di Gloria era fra queste ma, per uno strano scherzo del destino, non ci si incontrò mai prima di quell’estate. Ricordo che la sera, prima di addormentarmi, il canto delle cicale accompagnava il suono disarmonico della mia mente che già si interrogava su strani concetti esistenziali. E la casualità o il destino  diventavano materia di notti insonni. Le mie riflessioni filosofiche mi portarono poco lontano, capii solo più tardi che sarcastica o ironica, la sorte era spesso beffarda.

L’estate squagliava i gelati e la sabbia arrostiva i piedi e io e Gloria ci rilassavamo nell’acqua fresca.

“Desidera un drink signora?”

“Ma certo, prima però mi lasci finire la sigaretta in pace mio servo”.

Così Gloria faceva una smorfia dall’alto del suo materassino che galleggiava sull’increspatura dell’acqua, lasciandomi a guardarla con una coca cola fra le dita. E poi le corse al juke-box del bar della spiaggia “musica prego” e toccava a me infilare la monetina e lei a scegliere la canzone. Capii più avanti quello strano gioco di ruoli in cui le donne tenevano a bada gli uomini. E i tempi certo stavano per cambiare e la nostra generazione non avrebbe fatto altro che confermare quei ruoli subalterni. Ma io ero felice e quando Caterina Caselli partiva con la prima nota di “Nessuno mi può giudicare”, noi eravamo già a ballare come matti tenendoci per mano e molleggiando con le ginocchia.

Ma così come l’afa creava miraggi all’orizzonte, anche le giornate spensierate cominciarono a perdere di consistenza. La banda del lentigginoso era arrivata da poco al camping Le Tamerici e già non si parlava d’altro. Era un ragazzetto sulla quindicina con l’aria da spocchioso e Gloria fece di tutto per conoscerlo. Se nonché la sua esuberanza la portò a unirsi a un gruppo vero e proprio di “ragazzi”, si quel tipo di ragazzi con la r maiuscola.

Io, vittima dei miei quattr’occhi e dei miei modi gentili, preferii, per così dire, le passeggiate solitarie in bici, l’ombrellone e Agatha Crhistie. Però il juke- box non cantava più con le mie monete e il mare era diventato troppo freddo per buttarmi.

Poi quel giorno, in cui il caldo sfiorava i quaranta gradi e l’aria bruciava addosso, feci una passeggiata lungo la spiaggia e andai nella sterpaia dove la sabbia finiva e cominciavano viottoli sterrati fra aghi di pini marittimi e cespugli secchi. Quando a un tratto un fruscio attirò la mia attenzione. Rimasi immobile aspettando un animale sbucar fuori dalla tana e invece no. Una risata mi fece rizzare gli orecchi. Era quella di Gloria, quei singhiozzi striduli li riconoscevo fra mille. E poi la voce di lui, sicuramente il lentigginoso.

Non ci pensai due volte ed eccomi lì accovacciato dietro un altro cespuglio. Le risate incalzavano mentre io spezzavo i ramoscelli che mi capitavano sotto mano trattenendo un impeto di furia e poi stringevo la sabbia nei pugni e la sentivo scivolare via come la situazione che mi stava sfuggendo di mano. Ero stato depredato delle risate di Gloria. Un altro si era messo fra noi, come aveva osato, se l’avessi avuto fra le mani… Ero pronto alla mia prima sfuriata di gelosia, sarei arrivato alle mani, di sicuro. Stavo per alzarmi quando gli amici del lentigginoso arrivarono.

A quel punto un chiacchiericcio si alzò con una folata di vento caldo e una nuvola di fumo si sprigionò dai rami secchi. Accendere un fuoco ora, alla luce del giorno e con quel caldo. Non mi tornava.

Preferii non indagare e me ne andai più solitario che mai.

I giorni trascorsero come gli inutili passatempi che ti fanno perdere la cognizione de tempo e mi ritrovai nella parte di un ragazzino moccioso e insulso. A volte mi capitava di non andare nemmeno al mare e di girovagare per le tende del campeggio con le mani affondate dentro larghi pantaloncini scozzesi, neanche troppo alla moda, e il passo lento. Poi arrivò anche l’ultimo giorno prima della partenza.

Al camping Le Tamerici organizzavano serate danzanti e spettacoli comici. Il bar del giorno si trasformava in un locale festoso a suon di twist e di balli disinibiti. Le più attempate erano le signore sulla quarantina, tra cui mia madre, e poi c’erano le mosse suadenti e al quanto scandalose delle prime minigonne che svolazzavano. E nella nostra non ben definita categoria di “bambini” potevamo ancora fare quello che ci pareva senza sentirci in dovere di appartenere ad uno stereotipo, a una moda. Decisi così, quell’ultima sera, di lasciarmi andare all’invito insistente di Gloria alle danze.

Fu una di quelle sere festose, parlando e ridendo, io e Gloria, ci appartammo, nel senso innocente del termine e, senza nemmeno renderci conto, usciti dal campeggio, ci ritrovammo nella pineta che precedeva la spiaggia. Il rimbombo della musica si faceva ovattato e ci lasciavamo alle spalle le calde luci gioiose del campeggio. La pineta si allargava ai nostri sguardi sfuggenti, mentre non curanti del percorso ci facevamo trascinare dalle immagini che le parole e le risate creavano.

Presi un pezzo di legno fra gli aghi di pino e con la risolutezza di un uomo indicai la meta

“ Il mare è da quella parte che ne dici di un bagno fra le ombre e le stelle?”

E senza malizia la condussi laggiù.

La pineta germogliava ad ogni passo e ormai alle nostre spalle non c’era più traccia di musica e gente.

“Siamo soli” disse lei.

“Non è il caso di tornare indietro? Non abbiamo avvisato nessuno, si preoccuperanno”

Ci pensai a lungo prima di rispondere e poi mi venne spontaneo ribadire:

“Laggiù Gloria! Un po’ di spirito d’avventura”

La lasciai così in sospeso tra l’ebrezza della sorpresa e il rischio di una trasgressione. E per la prima volta trasgredii.

La pineta che pareva ormai inghiottire ombre minacciose celate ai nostri sguardi, ora si apriva in uno scenario di quelli che ti rimangono impressi per sempre. La sabbia addolciva gli aghi di pino e scivolava lungo l’incontro con l’acqua ondulata del mare. Lo sciacquio incessante rimbalzava nella quiete intorno e il riflesso argenteo di una luna colma scintillava su un blu cobalto.

“Arrivati” dissi.

E lasciai la presa del bastone.

“Ma è meraviglioso, è tutto così diverso rispetto al giorno”

Gloria sorrise dimenticandosi delle preoccupazioni. Certo, quella era l’altra faccia del giorno, il suo lato trasgressivo, quello celato ai bambini. Ma noi eravamo quasi ragazzi e allora fino a che punto era trasgressione? Gloria prese la mia mano e la strinse. Il cuore iniziò a battere e ci guardammo con approvazione e poi via con uno scatto che ci fece affondare i piedi nella sabbia fredda. E dopo pochi passi l’acqua arrivò come un fresco risveglio. Ci guardammo sapendo di non indossare il costume e che quella sete improvvisa di libertà ci aveva messo in una situazione a dir poco imbarazzante. Ma non potevamo tradire il nostro primo bagno sotto le stelle e così ci ritrovammo in mutande e senza guardarci troppo entrammo nell’acqua come fosse la prima volta.

L’acqua scura come petrolio, il chiarore di luna, l’estate, la trasgressione e Gloria. Gloria Gloria e ancora Gloria.

Era l’ultimo giorno di una vacanza, l’ultima stagione di un anno, gli anni settanta si sarebbero aperti con l’inizio di una nuova classe, dalle elementari alle medie, un bambino verso l’adolescenza, l’innocenza che si sarebbe confusa tra emozioni esplosive e rimuginii mentali. E Io, che nell’estate del 1969, per la prima volta mi innamorai.

Grazie per essere stata nostra ospite Verusca!

Torna a trovarci, è stato un vero piacere!

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...