Virtuale-Reale: dal cyberpunk al World Wide Web

Cos’è lo spazio virtuale? Ormai un luogo della quotidianità che ci appartiene e al quale apparteniamo. E’ la “Bibbia del Sapere”, tutta la realtà-totale (o quasi), ma anche un luogo di socializzazione con l’altro, dove poter essere chiunque, ma forse anche riuscire ad esprimere la parte più inconscia e profonda di sé.

Viene dunque da pensare, per associazione di idee, che lo spazio virtuale sia al contempo una rappresentazione del reale e l’espressione del nostro spazio interno.
All’interno di questa dimensione, è fondamentale il ruolo svolto dalla letteratura cyberpunk.
letteratura cyberpunk

CYBERPUNK

Attribuirle una definizione o descrivere oggettivamente che cosa essa sia è compito arduo, per la sua natura poliedrica, ibrida, complessa, caratterizzata da una componente letteraria e da una più propriamente socio-politica. R.Scelsi, uno dei fondatori di “Decoder”, storico magazine che tratta dello scenario underground digitale, definisce la letteratura cyberpunkun ottimo cavallo di Troia” attraverso cui “si offre l’opportunità…di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi” (“Cyberpunk: antologia di testi politici”, ed. Shake, 1990).

R.Scelsi afferma la necessità di riappropriarsi dei temi che hanno ispirato il cyberpunk, scaturiti dai movimenti controculturali, per poter rispondere “al paradosso comunicativo che caratterizza la fase attuale della società: un mondo che mai è stato così mediatico, ma anche mai così povero quanto a comunicazione reale”. La tecnologia, quindi, è così intesa quale terreno fertile per nuove possibilità di comunicazione reale, per espressioni artistiche e creative tout court.
Il movimento cyberpunk può essere inserito essenzialmente nel filone della fantascienza e, a livello temporale, può essere collocato negli anni ’80. Gli scrittori che ne hanno fatto parte hanno vissuto in prima persona il cambiamento profondo del rapporto con la tecnologia, diverso da quello post-bellico, dal boom economico, acritica esaltazione del consumismo.

La tecnologia crea un cervello-globale inteso quale prolungamento del pensare-agire umano: questo concetto costituisce il fil-rouge della produzione letteraria cyberpunk.

SPAZIO INTERNO
La letteratura cyberpunk descrive ambiti sociali solitamente esclusi dalla scrittura ufficiale, soggetti border-line, reietti da Dio.
ballard_burroughsE’ costituita anche da un altro importante paradigma: quello di “spazio interno”, termine coniato da J.G.Ballard (insieme a William Borroughs uno degli ispiratori del movimento) che, meglio di chiunque altro, lo ha espresso ad arte nei suoi romanzi. I suoi personaggi sono coinvolti in un’implosione psicologica senza via di fuga, per cui il reale e la rappresentazione che ciascuno ha della realtà diventano un unicum inscindibile. Essi possono vedere ciò che il loro inconscio vuole: la distinzione tra reale e super-reale (come afferma Kerens nel “Deserto d’Acqua” di Ballard) non ha più significato.
Per Ballard è il pianeta Terra a rappresentare l’ignoto e sono gli umani ad essere gli alieni, le cui menti costituiscono spazi inesplorati. Il tempo non esiste, la realtà non ha spiegazione, ma ai suoi personaggi ciò non importa: loro sopravvivono alla vita.
Nel cyberpunk il concetto di “spazio interno” ha dato vita, per filiazione diretta, all’uso del termine “spazio virtuale”.

CYBERPUNK OGGI

Allargando la nostra visuale all’attualità, potremmo considerarlo un luogo dalla natura ibrida, evocativa, per cui il concetto di tempo non ha alcuna importanza, dove poter viaggiare da un capo all’altro del mondo solo premendo qualche tasto.
Grazie allo spazio virtuale possiamo comunicare con chiunque in qualunque momento. Questa peculiarità, unita al fatto che ormai quasi ognuno di noi sia costantemente connesso alla rete, ha dato vita ad un fenomeno a dir poco dilagante: prima la nascita delle chat-lines, ora i social network, Facebook su tutti (in Italia).
Di tempo ne è passato, da quando, alla fine degli anni ’80, Briton Tim Berners, considerato oggi come il padre di Internet, coniò il termine “World Wide Web”, sebbene già in passato le università e gli uffici governativi utilizzassero certe forme di comunicazione via rete.
Sono passati ormai oltre 20 anni e l’utilizzo della rete, dello spazio virtuale come mezzo di comunicazione, ha avuto una crescita esponenziale, con soluzioni sempre più facilmente fruibili anche dall’utente più inesperto; fino ad entrare prepotentemente nelle nostre vite quotidiane.

Le prime chat sono nate per favorire la circolarità dell’informazione. E’ stato così creato un software che permetteva la comunicazione in tempo reale: un utente poteva così chiamarne un altro e, se questo accettava il contatto, ciò che uno scriveva con la sua tastiera compariva sullo schermo contemporaneamente e sincronicamente. Veniva così a crearsi una nuova forma di comunicazione, simile al telefono, ma più, per così dire, immateriale ed aerea: l’ IRC (Internet Relay Chat), che può essere considerata come la madre delle chat-lines.
In questi luoghi dello spazio virtuale possiamo essere chiunque, costruire la nostra identità, cambiare sesso, trovare amici e amanti: viviamo grazie al nostro spazio interno, per cui, come succede ai personaggi di Ballard, non possiamo più distinguere con certezza cosa sia reale e super-reale-virtuale.

uso massiccio social networkForse, però, questa caratteristica ci libera dalla paura di non essere accettati dall’altro e ci consente, in maniera non contraddittoria, di esprimere la parte più “vera” e profonda di noi stessi, esasperando quelle attitudini caratteriali che non osiamo rivelare totalmente nella quotidianità-reale.
Ci sentiamo autorizzati a raccontare i fatti più intimi, le nostre ombre, a persone sconosciute, protetti dalla proiezione che abbiamo voluto dare di noi.
Questo costante, amletico dubbio tra vero e falso, rende tutto estremamente affascinante e misterioso, ma anche straniante e permeato di solitudine.
L’attuale tendenza al comodo rifugio nell’anonimato, tuttavia, non è senza conseguenze. L’abuso di questa forma di comunicazione potrebbe indurre ad un’implosione psicologica senza ritorno, ad un circolo vizioso che può portare ad ergere delle barriere verso il “mondo-reale”, facendo insorgere una certa paura anche del contatto fisico.

Perché uscire di casa e sforzarsi di parlare, quando si può tranquillamente rimanere seduti sul divano in pigiama e chattare con chiunque, protetti dalla tastiera di un computer o di uno smartphone?
E’ ovvio: l’eccesso, spesso, è negativo. Dovremmo soffermarci a riflettere di più sulla portata del valore e degli immensi vantaggi che la comunicazione attraverso lo spazio virtuale ci offre: uno su tutti, la possibilità, per i portatori di handicap, di riuscire ad interagire, abbattendo le barriere del pregiudizio e dell’ipocrita compassione e, in senso più ampio, tentare di debellare la fobia per il “diverso”.

VIRTUALE O REALE?

Negli ultimi anni, con l’utilizzo massiccio degli smartphone, stiamo assistendo ad un fenomeno a dir poco alienante: sempre più frequentemente si notano gruppi di persone, che, in vari contesti sociali, invece di interagire verbalmente e fisicamente, continuano a servirsi dello spazio virtuale come veicolo di comunicazione con l’altro: Whatsapp, Facebook, Twitter, Instagram, molto del tempo libero è assorbito da app e social network.

E tu quante volte al giorno controlli il tuo smartphone? Quanto tempo trascorri su Facebook?

Spazio reale o spazio virtuale? Relazioni reali o relazioni virtuali? Spazio interno o spazio esterno?

La situazione sembra sempre più complicata.

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