Zio Burro

“Zio Burro” è un ospite dello Ziggy’s Cafè e ci è stato presentato dalla nostra amica, scrittrice e creativa romana Beatrice Galluzzi*. Enjoy!

Uncle butter & the Sweepings

 Diario di un burro inglese  

“… if milk was my mother,

my uncle‘d be the butter.”

Da “Filastrocche Inglesi Improbabili”

Salve a tutti, io mi chiamo Butter. Per conoscere la mia storia, bisogna tornare un poco indietro nel tempo. E cercherò velocemente di portarla a termine, in quanto mi trovo in una condizione piuttosto precaria: sono stanco, deperito e la mia igiene personale è stata oltremodo trascurata. Comunque, in attesa che qualcuno, strusciandomi svogliatamente su di un toast, mi regali la morte, io resterò qui. Vi narrerò di un malcapitato panetto di burro come me, e dei suoi più cari amici. Sia pace alla loro anima.

butterDi come nasca una forma di burro, è storia antica. Ma oramai nelle grandi produzioni automatizzate nemmeno le povere mammelle bovine hanno più contatto con gli essere umani. E’ tutto asettico e glaciale, come le macchine che ci lavorano. E in un batter d’occhio ci si ritrova impacchettati ed in fila indiana al supermercato. La spersonalizzazione di un burro inizia da qui.

La  nostra posizione nel banco frigo è solitamente tra gli yogurt e i formaggi. Da una parte ci sono mille gusti diversi di latte fermentato, mentre dall’altro decine di allentanti latticini. Ed il burro, cos’è? È semplicemente grasso! Ha solo due variabili eteree: il prezzo ed il retrogusto. Queste di certo non fanno di ognuno di noi qualcosa di unico. Per di più, viviamo da subito nell’ansia di un’esistenza incerta. Chi viene scelto per fare una torta, ad esempio, ha una vita breve e dignitosa. Chi viene comperato da una famiglia che non ne fa uso, cade nel dimenticatoio del frigorifero, arrivando alla data di scadenza tra lacrime di malinconia.

A me, purtroppo, è toccato un destino ancor più ostile.

PRIMO GIORNO

E’ il quindici di novembre, freddo come al solito, e stamattina sono finito nelle calde mani di una bella ragazza mora, Lara. Mi sono abbandonato a lei, nella convinzione che niente di male mi sarebbe accaduto se a comperarmi fosse stata quella splendida fanciulla. Ho salutato i miei compagni carico di nuova speranza, e ho sorriso beato nel mio cestino degli acquisti, ignaro di come l’altalenante e perversa ira della padrona di casa e dei suoi abitanti, avrebbe fatto da quel momento il bello ed il cattivo tempo. Anche per me.

Dovevo immaginare che in Lara ci fosse qualcosa di deviante già dalla logica con cui ha fatto la spesa: cereali, sciroppo d’acero, mezzo cocomero, pappone vitaminico e me. Nessuno di noi si sarebbe potuto nemmeno vagamente abbinare con l’altro. E quello è stato il nostro argomento di conversazione per l’intero viaggio. Fino a quando tutte le nostre convinzioni sugli abbinamenti, sulle regole di conservazione, e sulla vita stessa, sono stati spazzati dalla insolita e confusionaria famiglia che ci ha ospitato: gli Sweepings.

Appena abbiamo varcato la soglia della nostra nuova dimora, sono quasi svenuto. L’ingresso dell’appartamento è nel retro di un pub. Già la parola “retro” abbinata a “pub” farebbe rabbrividire chiunque. Provate ad aggiungere “inglese”, ed entrerete nell’essenza del logoro. Il piccolo cortile interno è infatti ingombro di sacchi di immondizia giganteschi, dove a causa di una manchevole raccolta dei rifiuti, gli scarti fermentano per un periodo indefinito. Come premessa non è delle migliori. Ho iniziato da subito a domandarmi se veramente merito di finire i miei giorni sotterrato in quella marmaglia di spazzatura. Per di più, a cielo aperto, in balia degli eventi atmosferici e degli animali londinesi.

Lara si è diretta affrettata verso delle scale di metallo che portano ad un portoncino. Una volta entrati, abbiamo avuto dinanzi a noi tre possibilità: sulla sinistra, c’era una stanza adibita a studio, dove siamo riusciti a scorgere solo una figura losca il cui posteriore fuoriusciva da un pantalone sbrindellato; davanti a noi c’erano delle scale foderate di qualcosa che una volta doveva essere moquette; sulla  destra, ahimè, vi era il luogo più nefasto di tutti.  Ed è il classico posto dove uno come me spera sempre di non finire. Mi è sembrato addirittura di sentire le urla di un altro panetto che implorava la morte. La cucina del pub. Dio ci salvi. Il sudiciume di quel posto è riuscito a macchiare anche la mia anima.

Nella busta è calato il silenzio. Lara però è salita dritta per  le scale. Cosa che a me, inizialmente, ha dato sollievo. Ha aperto nervosamente una porta bianca, aggiungendo un’ulteriore ditata alla sua collezione, e si è diretta verso un corridoio corto ma zeppo di porte:

Porta numero 1: bagno. Mio Dio. C’è solo una vasca e un piccolo lavandino rotto. Le mattonelle sono piene di muffa. Ed il tappetino bianco e’ totalmente annerito da chi ha i piedi sudici anche dopo essersi fatto la doccia. Quali mostri abitano questo luogo?

Porta numero 2: la toilette. La tazza è in pessime condizioni. Posso intravedere le incrostazioni marroni raggiungere il bordo. Eppure c’è uno spazzolone per wc ai suoi piedi. Ma è così triste e malinconico. Mi ha guardato con gli occhi di chi non viene usato da anni e si sente totalmente inutile, ha tentato di dirmi qualcosa:

“Ciao sono Brushy!” .

Lara è andata verso la stanza successiva e io ho fatto solo in tempo a strizzargli un occhio, in senso di complicità. “Non sei più solo!” ho gridato “Prima o poi qualcuno si accorgerà di te!”.

Porta numero 3: mi casa. La cucina. È quasi più piccola della saletta wc. Il pavimento è in linoleum scadente, completamente scollato ai lati. Le ditate si trovano ovunque, ma i fornelli sono intatti. Ed io rabbrividisco al pensiero di fare la fine del povero spazzolone, perso nel dimenticatoio.

Una volta arrivato, ho visto sul ripiano della cucina un eventuale compagno: un quarto di pomodoro piuttosto malconcio. La sua consistenza era molle e la muffa ricopriva la sua intera superficie.

“Buona sera Sir, io sono El Tommy. Bienvenido” mi ha detto.

Io ho risposto timidamente “Buonasera a lei, Uncle Butter.”

“Quindi lei eres un burro! Ahi! Non un asino, se intiende”.

Sapevo che burro in spagnolo voleva dire somaro, ma non ero dell’umore di rispondergli a tono.

Lui ha continuato: “Lei è mucho fortunato, lo sa? E’ l’ingrediente che loro amano de più! Le verdure como mi, invece, sono troppo salutari per pretendere attenzione. E finiscono ammuffite. Mira!”

Povero disgraziato. Che ne sapeva lui del grigiore dell’Inghilterra. Gli spagnoli sono pieni di ottimismo.

Lara nel frattempo aveva buttato istericamente la busta della spesa in terra. E io ero finito schiacciato sotto la mezza anguria.

“Mi dispiace Butter!” mi ha detto il cocomero imbarazzato.

Il violento impatto mi ha provocato un’ammaccatura ad un angolo, mentre in lui si è aperto un solco profondo, dal quale è iniziato a fuoriuscire del succo. Lara non se ne è curata affatto. Ha spalancato il frigo e vi ha riposto il cocomero sgocciolante. Io ho avuto un tuffo al cuore: stavo per conoscere i miei compagni di vita. Non avevo troppe aspettative riguardo all’eventuale contenuto di un frigorifero inglese, ma ero convinto che qualcosa doveva pur sempre racchiudere. Fosse stato anche un limone mummificato e una birra. E poi, si sa che gli alcolici sono di compagnia, o almeno, questo è ciò che insegnano gli inglesi. Io e la mia nuova amica! Avremmo addirittura avuto l’assonanza di nome: Birra & Burro. Che bella coppia! L’euforia è stata breve. Sono stato riportato d’immediato nel mondo reale. Lara mi ha tolto l’involucro e mi ha riposto sgarbatamente in un piattino sporco. Mi ha gettato sul ripiano della cucina e se ne è andata.

Sono rimasto nudo ed indifeso, e mi sono guardato intorno per capire cosa stesse succedendo. El Tommy mi ha sorriso e mi ha detto di essere lì da abbastanza tempo da essersi abituato ai controsensi. Non ho fatto in tempo a chiedergli che cosa intendesse, che Lara è tornata in cucina e lo ha gettato di scatto nell’immondizia. Luogo in cui, evidentemente, doveva trasferirsi già da tempo. Adios.

SECONDO GIORNO

Oggi sono rimasto alla mercé di tutti. Gli abitanti della casa si sono aggirati intorno a me senza nemmeno considerarmi. Ho pensato fossero intimiditi dalla mia piccola ammaccatura. E ho fatto una gran fatica per mantenermi appetibile, in quanto la temperatura qui è altissima e grondo di sudore. Ho pensato molto a Brushy. Al modo in cui gli inquilini non pongono interesse negli strumenti necessari. Poi qualcuno ha rotto il ghiaccio, e mi ha raschiato avidamente per spalmarmi su una fetta di pane tostato. L’iniziò della fine. Tutti hanno cominciato ad attingere da me. Ma a nessuno è venuto in mente di mettermi nel mio adorato frigo. In un andirivieni generale ho avuto già modo di conoscere le personalità dei miei carnefici.

A partire da Lara,  bellissima ragazza dagli occhi scuri e profondi, come grosse ciliegie mature. I suoi capelli sono lunghi e fluenti. Ha sbalzi di umore continui. Ma in casa nessuno può dirle nulla. Lei, nostro malgrado, è l’intoccabile donna del capo.

Jeoffrey, il capo. E’ un ubriacone che ha diciassette anni più di Lara. Gira per casa in mutande e calzini, noncurante del fatto che la sua peluria e le sue mammelle flaccide da ex-obeso, provochino il dissenso generale. Con Lara non ha nulla in comune, a parte la follia e gli sbalzi di umore. Ed è adorabile. La sua pazzia è talmente eclettica da essere esilarante. Usa la parola “shit”, non solo per esprimere stupore, shock, o disapprovazione, ma anche per mostrare gradimento, ringraziare, o rispondere affermativamente alle domande. Tratta Lara con una sfacciata indifferenza. Di fatto, la ignora completamente. Lei cerca di attirare la sua attenzione in tutti i modi: si dimena, strilla, si incazza, gira per casa nuda, si veste in modo provocante per scatenare la sua gelosia. E lui, non risponde. Ma cerca piuttosto di coprire i fastidiosi sproloqui della sua donna con rumori di decibel maggiori. Se è davanti alla tv, aumenta il volume. Se parla con qualcuno, alza la voce. Se sta stirando, continua a stirare, inscenando un concerto di peti e di rutti che metterebbe a tacere chiunque.

Infine c’è Alessandra, un’italiana dai classici tratti somatici mediterranei: occhi e capelli scuri, sorriso dolce. E’ gentile ed ammiccante. Cerca di parlare con la coppia di pazzi, per esercitare il suo inglese, ma nessuno di loro riesce a fare un discorso di senso compiuto. Si distingue per la sua pulizia. Non fa altro che lavare. Piange di continuo il suo bidet. Usa l’aspirapolvere. Lava i piatti con il detersivo. Sa addirittura a che serve il flacone a becco d’oca che è stato riposto sul lavandino: e’ un disinfettante per il wc. E questo mi rincuora, non solo perché gli altri hanno smesso di utilizzarlo per pulire le stoviglie, ma soprattutto perché vuol dire che qualcuno ha un minimo di considerazione per il povero spazzolone Brushy. Alessandra e’ sicuramente una persona intelligente. Infatti, è l’unica che non mi usa.

TERZO GIORNO

Oggi Lara ha deciso di preparare un piatto azzardato, composto da ravioli, peperoni e pesto. Io sono stato costretto a guardare una scena abbastanza cruenta. Ha impugnato il coltellone da cucina e ha diviso un povero peperone a metà. Ma non perfettamente. Ha lasciato ciondolare dei brandelli di buccia da un lato ed i semi si sono sparpagliati per tutta la cucina. Un paio si sono appiccicati alla mia superficie, ma io non ho detto nulla. Ho visto la faccia sconvolta di quel vegetale, ho sperato che nella ricetta in preparazione fosse sufficiente utilizzare la parte già in padella.

Fortunatamente Lara ha lasciato il pezzo avanzato vicino al mio piattino. E’ così che ho conosciuto il mio primo amico: Brother Pepper.

“Hai visto come mi hanno ridotto?” mi ha detto “Sembro una vagina deforme”.

Il suo umorismo è contagioso. Per la prima volta dal mio soggiorno dagli Sweepings, mi sono fatto una grassa risata. Poi mi ha guardato e mi ha detto:

“A vedere da come sei messo, amico, sembra che ti usino come lubrificante!”.

QUARTO GIORNO

Alex ha ricevuto la visita di una sua amica piuttosto bizzarra. Tale Beatrice. L’ho sentita sbraitare sulla presuntuosità degli inglesi. Sul fatto che facciano tutti finta di non capirla. Che non ridono mai se non dopo la decima birra. Che chiamano “caffè” una bibita che sembra acqua di scolo. E, soprattutto, che bisogna diffidare di loro perché usano la moquette in ogni stanza, persino nel bagno.

Ma la cosa che di più la sconcerta è il sudiciume che imperversa in casa. Dice che abbia una “vita propria”.  E in questo è una visionaria, perchè è l’unica ad aver intuito che le forme animali e vegetali, come me, sviluppano una propria  identità.

Ha passato la giornata a fare foto a tutto, come se fosse in un safari del grottesco. Ha immortalato quello che secondo lei è davvero assurdo. E la cosa più assurda di tutta la casa, sembro essere io.

SETTIMO GIORNO

Sono partiti tutti per un week-end a Parigi. Mi hanno lasciato qui a contemplare la pioggia che affoga una triste Londra. Il mio aspetto sta iniziando a peggiorare sul serio. Sono rimasto sempre immobile qui, scoperto ed esposto agli eventi. Ho trasudato a causa di un clima che non mi si addice, e sulla mia superficie si sono create decine di bollicine rigonfie. Inoltre, il modo in cui mi mangiano non ha migliorato le cose: non lavano mai il coltello e mi tagliano in modo irregolare. Su di me si deposita qualsiasi cosa aleggi nella cucina. Dalle briciole ai capelli. Eppure nessuno degli inquilini ha mai pensato di ripormi nel luogo adatto. C’è scritto persino sulla mia confezione che devo essere conservato tra i 2 e i 6 gradi. E in una casa inglese, d’inverno, la temperatura supera quella di un’isola caraibica.

DECIMO GIORNO

Dopo dieci giorni dal mio arrivo sul ripiano, il mio amico B. Pepper mi ha lasciato.

Ha vissuto molto di più di un normale altro vegetale ridotto nelle sue condizioni. Per i primi giorni, infatti, il suo aspetto è rimasto accettabile, ma passato il quarto, il suo colore si è sbiadito, poi ha cominciato a scurirsi. Le sua buccia si è scollata pian piano dalla polpa, ed è diventato molte volte più piccolo del suo peso iniziale.

Questa mattina, ha espresso le sue ultime parole:

“Uncle Butter, sono ormai troppo vecchio e raggrinzito per mantenere la dignità che mi si addice.”  E si è suicidato tuffandosi direttamente nel secchio.

All’inizio sono caduto nella disperazione, poi Lara si è ricordata di avere in frigo il mezzo cocomero. Ed io non vedevo l’ora di fare due chiacchiere col mio compagno di avventure C. Watermelon. Il suo succo è sparso sul pavimento dal giorno in cui vi fu l’incidente causato da Lara. Nel frattempo ci sono passati tutti sopra noncuranti, nonostante le loro scarpe si siano appiccicate in continuazione su quella poltiglia zuccherosa.

Quando l’ho rivisto, ho notato che anche il suo aspetto era orrendamente mutato. Aveva una grossa ammaccatura, ed era quasi completamente marcio. La polpa al suo interno era anemica e rattrappita. Povero disgraziato, non sembrava certo quel tipo di cocomero che fa gola nei chioschetti. Ma io ho fatto finta di nulla.

“Hey W. Melon! Ti trovo in forma.”

“Mi prendi in giro Butter? Faccio schifo più di te”.

“Su questo non ci giurerei. E poi tu sei stato in frigo, che non è poco.”

“Capirai! Là dentro sembra di essere nella valle della morte” mi ha risposto “Tutti gli alimenti sono in via di decomposizione”.

“Mio dio. Non oso pensare da quanto tempo sono scaduti, se arrivano persino a decomporsi in frigorifero!”.

“Lascia fare. Ho visto cose inenarrabili. Ora voglio sola finirla qui”.

“Non dire così C.W., vedrai che  le cose…”

Lara ha afferrato di nuovo il suo coltello fatale. Cousin Watermelon mi ha guardato, sollevato. Finalmente avrebbe riposato in pace. Le sue ultime parole sono state:

“Ho un solo rimpianto, quello di finire i miei giorni come pasto principale di una colazione.”

Erano le nove di mattina, e lo stomaco di Lara non ha avuto timori, esattamente come lei.

QUINDICESIMO GIORNO

Jeoffrey ha dato il meglio di sé. E’ tornato a notte fonda e barcollando per il corridoio mi si è piazzato davanti con fare minaccioso. Biascicava una canzone dei Verve.

“Aim alaki mee-e-een.”

Ha aperto tutti i pensili, cercando di mantenersi in equilibrio.

“Aim alaki, alaki, alaki”

Ha mischiato degli ingredienti a caso creando un abnorme panino.

“Nanananannan o nou!”

Poi ha provato a mangiarlo, ma non è riuscito a centrare la bocca, ed il contenuto del sandwich si è sparso per tutto il pavimento, adagiandosi nelle grinze del linoleum.

“Oooo shit! Fucking shit”

Allora si è diretto verso il salone, continuando a seminare cibo.

“Ou, iz tuuuuuu late!”

E’ crollato sul pavimento.

Si è rigirato su sé stesso imprecando contro varie entità, in preda a spasmi indotti dall’alcool o Dio sa cosa.

Lo hanno ritrovato stamattina sul terrazzo, con una coperta in testa, ancora in preda al delirio.

VENTIDUESIMO (E ULTIMO) GIORNO

Uff, che stanchezza, è già arrivato dicembre. Sono stato qui tanto tempo. Troppo. Posato senza dignità su questo piattino immondo. Ormai di me è rimasto solo un residuo untuoso ed ingiallito. E vorrei mantenere la poca lucidità che mi rimane. Magari sciogliendomi del tutto. Oppure lavato via da una spugnetta insaponata.

Sono un vecchio burro depresso. Quasi invidio i miei compagni sciolti nelle torte, negli impasti, nei soffritti. E mi domando perché mai, nella bontà che si addice ad un figlio dell’epoca moderna dimenticato dai suoi stessi padri, è toccata a me questa agonia a rilento, enfatizzata dalla poca accortezza con la quale mi si tratta.

Ho perso ormai le speranze, per quel che so potrebbero lasciarmi qui altri sei mesi, senza degnarmi solamente di uno sguardo. Sono Butter, Uncle Butter. Sono un meritevole lord d’Inghilterra, con un senso dell’ humour  tutto mio.

Ecco arrivare Jeoffrey Sweepings. Spero che sia lui a darmi la pace.

“Ti prego, mio boia “ grido “lasciami andare!”

Lui sembra sentirmi. Afferra una fetta biscottata, strabuzza gli occhi e la innalza in aria come Sandokan con la sua scimitarra. Schianta la sua arma su di me, raschiandomi con foga. Io provo un piacevole solletico e sento le mie ultime molecole aderire a quella crosta. La mia essenza si riesce a dissolvere del tutto.

Questa è la morte che merita un burro inglese come me: tra le mani di un uomo in mutande, che omaggerà il mio funerale con un rutto.

Beatrice Galluzzi

Grazie Bea we love u!!!

Spero che tu torni a trovarci presto 🙂

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