Gatti di mare

Ricordo con piacere quel pomeriggio d’autunno. Tra qualche giorno sarebbe stato il mio compleanno, mi sentivo felice e un po malinconica, quindi decisi di fare una passeggiata sulla spiaggia, sperando che il pungente libeccio che agitava il mare, potesse soffiare via i pensieri inutili che mi tormentavano. Portai con me il walkmann e i Talking Heads fecero il resto. Era il 7 novembre 1986.
mare_invernoLa mia panda fiammante mi accompagnò borbottando al piccolo molo. Non c’era nessuno, solo un vecchio pescatore dalla faccia color tabacco che puliva le sue reti ed un gatto nero, che mi osservava curioso, senza però avvicinarsi. Sembrava sapesse qualcosa, quegli occhi gialli mi guardarono dentro, cogliendo le mie emozioni.
Pensai che quella giornata grigia e ventosa sarebbe stato lo scenario perfetto per un racconto di Edgar Allan Poe. Chissà quante giornate come questa lo avevano ispirato. Avevo fatto una vera e propria indigestione delle sue opere. Succedeva così per tutto con me: quando mi piaceva una cosa io me la prendevo, fino a scoppiare.

Quello era proprio il periodo Poe, se ben ricordo, prima della corrente maudit di Baudelaire e subito dopo quella wop di Fante.
“Il mare rompe tutti i confini”, dissi sottovoce e mi avviai sulla spiaggia insieme a Psycho Killer, colonna sonora di quella passeggiata marina.
Allora avevo questa teoria della soundtrack, cioè mi capitava di pensare ad alcuni momenti della mia vita in musica e quando potevo facevo sì che la mia idea divenisse realtà. Della serie: qui ci starebbe bene un bel pezzo degli Smiths o dei Clash e così via. Quello era proprio un momento da Talking Heads. Guardavo la sabbia in cerca di conchiglie da portare nella mia stanza, avrei costruito uno specchio o qualche altro oggetto inutile, che poi avrei sicuramente buttato via.
Solo frammenti. Il mare stavolta doveva essere stato davvero rabbioso dopo la mareggiata della sera prima. Il libeccio si stava placando e mi accarezzava la pelle del viso, un brivido mi percorse la schiena e respirai a pieni polmoni per assaporare l’odore del salmastro. In lontananza intravidi una vecchia barca e convenni che sarebbe stato il luogo ideale per far fluire i miei pensieri. Era primo pomeriggio, ma non c’era molta luce, il cielo grigio copriva di un colore irreale tutto il tratto costiero che mi trovavo ad osservare.
Ero rimasta sola con mia madre, ma ormai mi ero quasi abituata a quella situazione. Mio padre era stato trasferito dalla fabbrica dove lavorava presso la sede principale che si trovava al Nord. Almeno fosse servito a qualcosa. Io e mamma tenevamo duro e speravamo, anche se non sapevamo di preciso in che cosa, forse era proprio l’idea dello sperare in sè a darci conforto. Quella di mia madre era una speranza piuttosto cattolica, la mia molto più realistica e senza molte pretese.
Dopo la maturità il mio futuro era un vero mistero. Avevo tante passioni: la musica, la fotografia, i libri. L’unica cosa certa era che avevo sempre una gran fame, ero costantemente alla ricerca di qualcosa da mettere dentro la testa. Forse me ne sarei andata all’estero. Parigi, Berlino, Londra, ovunque pur di starmene lontana da casa mia per un pò di tempo. Tanto i miei genitori lo sapevano che avrei fatto di testa mia e in fondo mi lasciavano fare. Non li avrei delusi, o almeno avrei provato a non deludere me stessa.
Alzai il volume del walkmann. La barca era lontana e avevo bisogno di una spinta.
“I can’t seem to face up to the facts I’m tense and nervous and I Can’t relax I can’t sleep ‘cause my bed’s on fire Don’t touch me I’m a real live wire”.
Non sembro guardare in faccia la realtà: ripetevo questa frase mentalmente e canticchiavo la canzone. Camminavo con lo sguardo rivolto per terra, guardavo i miei piedi muoversi ritmicamente, come se fossero quelli di un’altra persona. D’un tratto mi bloccai: qualcosa aveva attirato la mia attenzione, distogliendomi bruscamente dai miei pensieri.
Urlai con tutta la voce che avevo, ma dalla bocca non uscì una sola nota. Mi piegai lentamente verso quella massa orribile.
Omicidio, suicidio, torture, smembramenti, sangue, salmastro: nella mia testa solo schegge confuse. In realtà mi davo solamente del tempo perchè non sapevo che fare.
La cosa era talmente semplice: andare alla polizia, ma non mi andava proprio l’idea di entrare là dentro. Forse avrebbero cominciato a fare strane domande ed io non avrei sopportato di essere messa sotto pressione.
Decisi allora di andare ad una cabina telefonica e fare una chiamata anonima, era mio dovere.
“Pronto, polizia? Ci sono delle ossa umane sulla spiaggia di Baratti, a nord del piccolo molo. Venite immediatamente. No, non è uno scherzo! Maledizione, venite subito ho detto!”.
Quando riattaccai avevo il fiatone. Una forte scarica adrenalinica scosse tutto il mio corpo.
Dovevo scoprire di chi erano quelle ossa. Avrei fatto la mia indagine, in fondo le avevo trovate io.
Mi nascosi dietro ad alcuni arbusti che si trovavano vicino alla cabina: da lì vedevo bene il punto in cui si trovava il teschio. Non mi fidavo, dato che sicuramente gli sbirri avevano pensato che si trattasse di una bravata e volevo assicurarmi giungessero sul posto, decisi di aspettare.
Dopo un tempo indefinito, finalmente arrivarono. Erano un nutrito gruppo; sembrava che dovessero prelevare un dinosauro. C’è da dire che si dettero un gran da fare, davvero efficienti! C’era anche qualcuno che immortalava la storia, doveva essere un giornalista.
Guardai l’orologio, erano quasi le 17.00 ed io avevo appuntamento con gli altri al Cotton.
Senza farmi vedere imboccai la strada e sgattaiolai verso la macchina. Con la coda dell’occhio intravidi il pescatore: mi osservava. Sembrava che quel ghigno salmastroso mi stesse sorridendo. “Quel vecchio deve saperne una più del Diavolo!” pensai, proprio come il suo gatto nero.
L’indomani me ne sarei accertata.
Il Cotton era un bar-sala biliardi-buco d’inferno che riuniva diversi gruppi distinti: c’eravano noi, c’erano “gli idioti coi capelli di gelatina”, come li chiamavo io e gli anziani giocatori d’azzardo, sempre ubriachi e felici. Mia mamma ovviamente non voleva che ci andassi, era un posto poco raccomandabile: sorridevo all’idea che anche io sguazzassi all’interno di quella categoria per la maggior parte della gente del paese.
Io amavo la pelle nera, loro i piumini firmati. Era una guerra estetica, ma racchiudeva visioni della vita totalmente differenti. Loro, gli idioti coi capelli impomatati, credevano nella Milano da bere e da cuccare, io nella musica distorta e nel potere dell’inconscio. Loro leggevano la rivista “Tuttifrutti”, io le fanze e le poesie di Verlaine. Questione di stile, tutto qui.
Entrai nel bar e fui letteralmente squadrata dai cuccadores, quando passai smisero di parlare e poi scoppiarono a ridere, passai oltre, non mi sarei mai abbassata a rivolgere loro parola.
Il Juke-box cantava Wild Boys!, dovevano sicuramente averla messa loro, io odiavo i Duran Duran. Quante cose detestavo in quel periodo.
“Ciao Sara! Sei in ritardo!” disse Andrea avvolto da una nuvola di fumo
“Scusate ma ero occupata” mi giustificai
La ghenga era composta da 5 elementi: io, Andrea, il mio migliore-amico/fidanzato (a seconda delle situazioni e dell’umore), che era la mente. Poi c’erano Valentina, mia migliore amica e artista del gruppo ed infine Marco e Federico, braccio destro e sinistro di Andrea. Stavamo cercando di organizzare un concerto al liceo, ma ci servivano soldi e la scuola non avrebbe mai finanziato per musica rock. Eravamo piuttosto indietro all’epoca e di certo la zona dove abitavamo non aiutava.
Al momento, però, devo dire che ero del tutto assente. La mia mente era fissa su quelle ossa, decisi di non raccontare nulla agli altri. Era una cosa che avrei gestito da sola.
Decidemmo di fare un mercatino dell’usato all’assemblea di istituto seguente, avremmo venduto quello che potevamo per guardagnare un pò di denaro. La riunione era finita e ne fui sollevata. Pensavo al teschio e al pescatore. Salutai di fretta i ragazzi che mi guardarono con aria sospettosa, una loro grande qualità era quella, però, di non fare tante domande ed io li adoravo per questo.
Eravamo come una grande famiglia, condividevamo tutto. Ci piaceva l’idea di essere fuori dagli schemi. Come eravamo giovani.
L’indomani non andai a scuola, il vecchio mi stava aspettando.
Era ancora esattamente lì dovevo l’avevo lasciato, immobile come una scultura di onice.
“Buongiorno Signore, dovrei farle alcune domande. Stò scrivendo un articolo per il giornale della scuola, riguardo al ritrovamento di quelle ossa umane.”
Non ero molto convincente, ma il vecchio sembrò bere la storia, o almeno così credetti.
Entrai con cautela nella baracca: sembrava che potesse crollare tutto da un momento all’altro. Era una sorta di relitto riemerso da acque profonde e salate.
Il letto era disfatto, accanto ad esso, un piccolo tavolo di legno scuro, sopra un pezzo di pane ed un grande bottiglione di vino rosso.
La cucina era rappresentata da un fornellino elettrico. Il lavandino era pieno di pentole, chissà da quanto tempo stavano lì. Il tutto, però, era in un equilibrio perfetto.
gatto_mareIl vecchio fece cenno anche al gatto di entrare:
“Si chiama Catrame!” disse con aria compiaciuta l’uomo
“Bel nome! E lei invece come si chiama?” domandai per rompere il ghiaccio
“Sono Masco, piacere di conoscerti. E tu sei?”
“Sara”
“Era da tanto tempo che lo aspettavo, povero amico! Finalmente le mie preghiere sono state accolte e il mare lo ha riportato a casa, così smetteranno di cercarlo. Io l’ho sempre detto che era morto e per questo sono stato isolato ancora di più! Quei maledetti ora dovranno ricredersi!”
Il vecchio parlò con un violento getto di parole.
“Amico ha detto? E chi era? ” chiesi con un filo di voce
“Sara, Alberto Moretti era il mio migliore amico. Il mare se l’è portato via quasi 30 anni fa ormai.
Potevo essere morto anch’io. Mi chiese di uscire in barca con lui, era un pescatore bravissimo, ma troppo ingordo. Il mare era molto mosso e io non mi fidavo. Vidi la sua barca inghiottita dalle onde. Fu terribile.” gracchiò Masco accendendosi una sigaretta
“E come mai non le credevano Signor Masco?”
“Perchè ero Masco l’ubriacone, il poco di buono, non ci si poteva fidare di uno che viveva in una baracca e soprattutto non si era mai sposato! Che bigotti! Io ho viaggiato tanto in gioventù, ho visto il mondo! Vedi questi tatuaggi? Ad ogni nuova meta me ne facevo uno”
Masco tirò su le maniche della camicia lisa e potei vedere i suoi ormai scoloriti ma numerosi tatuaggi.
“Le ha fatto male?”
“Macchè male ragazza! Io ho la pelle dura come cuoio!”
“Alberto Moretti” ripetei a voce alta “E come l’ha conosciuto?”
“Per oggi basta Sara, sono stanco, torna quando vuoi e ti racconterò la mia storia e quella di Alberto”
“Grazie Signor Masco! Ci vediamo!”
Il vecchio sorrise per la prima volta, sembrava meno arcigno e i suoi occhi mi osservarono andar via con aria benevola. Anche Catrame mi salutò, strofinandosi alle mie gambe.
Non ero convinta che la storia del vecchio fosse la verità, ma era bella da credere.
Giunta a casa, dopo una breve cena a base di succo Billy e Girella, tra i rimproveri di mia madre, mi rinchiusi in camera. Volevo scrivere quella storia.
Misi un disco dei Bad Religion, mi davano la carica ed erano perfetti per buttar giù un pò di parole.
I giorni passarono e la storia si fece sempre più ricca di particolari. Mi stavo davvero affezionando a quel vecchio matto. Masco viveva nella storia di Alberto. Quando parlava delle loro avventure i suoi occhi neri rilucevano di un antico vigore.
Mi parlò delle varie spedizioni in tutte le calette della costa, dell’avvistamento di uno squalo enorme, di quando, gonfi di vino, si addormentarono sulla barca e si svegliarono sotto il sole infuocato di agosto con la pelle rovente.
“Una volta abbiamo sentito il canto delle Sirene!” disse Masco con aria sognante
“E quanti litri di rosso vi eravate scolati?” dissi ridendo
“Macchè dici! Noi lo reggevamo bene sai! Il vino rosso fa sangue! Mica come tutta quella robaccia colorata che bevete voi giovani oggi! Con quei nomi stranieri poi! Non riesco nemmeno a dirli!”
Le nostre vite così distanti si incontravano in quelle avventure straordinarie ed il tempo scivolava via veloce, cullato dal rumore delle onde.
Era quasi primavera, finalmente un pomeriggio di sole. Decisi di far visita al vecchio e di portare a lui e Catrame un pò della torta di mele che aveva fatto mia mamma.
La porta della baracca era stranamente spalancata. Catrame era sulla soglia e mi guardava, mi stava aspettando.
Masco non c’era. Trovai solo un biglietto:
“Finalmente il mare porterà via anche me.
Con affetto
Masco”
Il vecchio se era andato a finire i suoi giorni lontano dalla tana, come i gatti.
Presi in braccio Catrame ed uscii con lui a guardare il mare, il libeccio si era finalmente calmato.
Tutto era immerso in una tale quiete, era bello perdercisi dentro.
Non riuscivo ancora a piangere, la testa mi scoppiava di pensieri. Odiavo me stessa perchè non mi ero accorta di quanto fosse stato malato. Era così impenetrabile.
Lo cercai per tanto tempo, senza trovarlo.
Poi semplicemente mi arresi al mare e mi raccomandai di custodirlo con amore.
A volte oggi mi capita di rivedere Masco in alcune persone: nelle stazioni, sulla metropolitana, al supermercato, sul treno, in centro o in periferia. Da nord a sud di un capo o l’altro del mondo; vecchi testardi soli che guardano in faccia la vita con una dignità disarmante.
Con le mie fotografie cerco di fermare quell’essenza selvatica.
Gatti di mare, duri, bruniti, salmastrosi.
Liberi.

7 thoughts on “Gatti di mare

  1. Grazie caro, i tuoi commenti sono sempre bene accetti e molto pertinenti.
    Sui refusi hai ragione, a volte sono stanca e non rileggo bene, ma la voglia di far navigare subito il racconto tra le onde del web ha avuto il sopravvento.
    Anche a gusti musicali andiamo d’accordo 🙂 Seguirò i tuoi consigli allora!
    Grazie a presto!
    Elena

  2. un bel racconto. “Masco viveva nella storia di Alberto.”, anzi, meglio, masco *era* la storia di alberto. la incarnava in attesa di raccontarla a qualcuno e inevitabilmente sparisce una volta completata la sua missione di vettore narrativo. mi piace l’idea quasi genetica del tutto (il genitore trasmette memorie al figlio e poi muore, passandogli il testimone). il brano però andrebbe riletto: ci sono un bel “po” di refusi.
    ottima la colonna sonora, compresa l’avversione viscerale verso i duran duran e l’amore incondizionato verso i talking heads (“fear of music”, “remain in light” e “little creatures” sono pietre miliari della storia della musica). grandi pure i bad religion, che ancora sfornano album a raffica (magari meno brillanti di vent’anni fa, ma sempre una spanna sopra la media dei gruppi più giovani… vai ad ascoltart la title track o “nothing to dismay” del nuovo album “true north” fresco di stampa…)

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