La macchina del tempo: il mio viaggio nella storia della musica

Ho deciso di giocare, come quando ero bambina. Uno dei miei film preferiti era “Ritorno al Futuro”, anno 1985. Quante volte ho sognato di fare un giro sulla Delorean col buon vecchio Doc e di potermi così godere i più spettacolari momenti della storia della musica rock, durante i quali o non ero ancora nata, o troppo piccola per potervi partecipare. Di viaggi a occhi aperti, da allora, ne ho fatti molti, oggi racconterò il più emozionante.

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Ho da poco compiuto 21 anni e finalmente i miei si sono decisi a regalarmi un’automobile: una 2 cavalli rossa. Sono felicissima, ma la Delorean mi aspetta e sta sparando a tutto volume un disco di Hendrix. E’ ora di partire. Direzione Woodstock, 18 agosto 1969. Vedere il grande Jimi Hendrix in carne e ossa è un’esperienza mistica. Quando attacca “Purple Haze”, trattengo a stento le lacrime, mi sento parte del tutto, esattamente nel luogo dove volevo essere, quando valeva davvero la pena esserci. Sono finalmente figlia del mio tempo.

E’ ormai l’alba e dopo le oltre 2 ore di concerto Jimi lascia il palco, un brivido mi percorre la schiena, è già l’ora di ripartire. Ho potuto avere un solo assaggio; sarebbe stato bellissimo vivere tutto il festival, ma la vita è fatta di scelte e non ho avuto dubbi: Jimi Hendrix.

Doc ha messoThe Ramones” e ho già capito tutto. Mi porge un chiodo di pelle nera, jeans strappati e un paio di converse scucite. Andiamo a New York, 16 agosto 1974, al 315 di Bowery Street a Manhattan. Sono davanti al CBGB’s, primo concerto ufficiale dei Ramones, scopro che suoneranno anche i Blondie, che in realtà si chiamano ancora Angel and The Snake, gran bella sorpresa!

Quando Joey attacca “1-2-3-4” mi lancio nel pogo. Mi sento più elettrizzata e viva che mai. Sono di fronte all’essenza del punk, senza troppi fronzoli. Niente paillettes e voci effettate. Solo energia allo stato puro, sudore e batteria martellante. New York è in fiamme, grazie Ramones. Doc, vicino al bancone, mi guarda e fa segno di andare, a dire il vero sta iniziando a diventare odioso.

Un’ultima birra e sono pronta, London Calling, 9 maggio 1977, Rainbow Theatre di Londra. Il mio album preferito è senza dubbio London Calling, uscito però nel 1979, ma, dato che si dice in giro, o meglio, lo ha sentenziato la storica rivista “Time Out”, che il live dei grandissimi Clash del ’77 sia stato il miglior concerto di tutti i tempi a Londra, ho deciso di andare a vedere di persona. L’atmosfera è molto carica, i fans sono in delirio, io insieme a loro. E’ l’inizio di una nuova era per il punk inglese e ne sto prendendo parte. Ho voglia di spaccare tutto e il mio stato d’animo è perfettamente in sintonia con quello di tutto il resto del pubblico. London’s Burning! Questo è in assoluto il momento più sacro per me, sono di fronte ai miei amati Clash, che mi hanno cresciuta e consolata nei momenti tristi o fatto scatenare durante feste con gli amici. Se potessi li cristallizzerei in questo momento e porterei con me, per sempre. Ci sono amori che non finiscono mai e forse è proprio questa natura platonica a renderli indissolubili. Il mio sguardo, per un attimo sognante, viene cancellato da una pesante spallata, è Doc, si è animato anche lui finalmente.

Capisco che è tempo di ripartire, al ritmo di “Heroes”. E’ la volta di Berlino, facciamo presto, siamo ancora nel 1977. Era la fine del 1976 quando David Bowie faceva il suo ingresso in Berlin, precisamente all’indirizzo di Schöneberg Hauptstraße 155. Il Duca Bianco vive un vero e proprio idillio con la città e con Heroes aggiunge speranza al vuoto segnato dal muro, che la squarcia in due. Il muro crollerà, i due amanti saranno eroi, anche solo per un giorno. Il verso della canzone diventa come un mantra che mi accompagna per le strade di Berlino, sto vivendo qualcosa di diverso, capisco che quello che sta succedendo qui, è lo specchio “di tutto quello che sta succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni”, come ripeteva David Bowie, citando le parole dello scrittore Gunter Grass. Mi sembra di udire la sua voce, per le strade, nei bar, come una carezza che sfiora le mura grigie dei palazzi che mi circondano.

Sono talmente assorta che non mi accorgo che Doc mi sta chiamando a gran voce, mi sento malinconica, ma appagata. Guardo l’orologio, sono via ormai da troppo tempo, devo tornare a casa, nel 2013, o rimarrò per sempre intrappolata qui, nel passato.

Sono ancora moltissimi i concerti, i periodi che vorrei rivivere, non basterebbe una vita intera; ripartirei da un live dei Led Zeppelin volando poi verso gli anni Ottanta con i Joy Division o i Bauhaus, i Talking Heads, fino agli anni Novanta, con altre perle della storia del rock.

Ma questo è solo il mio viaggio. Qual è il tuo?

One thought on “La macchina del tempo: il mio viaggio nella storia della musica

  1. Bellissimo come racconto , molto bello . Se io vorrei viaggiare nel tempo , io non vorrei fare solo un viaggio vorrei viaggiare per semprè nel tempo e nello spazio . Incontrare persone che nessuno ha mai conosciuto e vedere un sacco di cose .

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