Giallo Patata

Quella maledetta terra mi aveva spaccato la schiena, le zolle erano dure e secche come la lurida Louise, mia moglie ormai da 25 anni, purtroppo.

Le mie mani erano in fiamme; che fine avevo fatto, a coltivare patate come mio padre, accidenti a lui! Le patate mi disgustavano, ricordandomi ogni giorno quale scarto d’uomo fossi diventato. Patate e Louise: questi i soli rancidi ingredienti della mia misera vita. Poi, c’erano il whiskey e le puttane, che per fortuna riuscivano a farmi digerire anche le pietre.

casa-texasMi recavo al Black Friar regolarmente 3 volte a settimana, di solito il martedì, giovedì e sabato, quando mia moglie era occupata con il club delle cuoche a casa di sua sorella Melanie. Una covata di galline urlanti che ormai non erano più mangiabili neanche fritte. Io con le mie puttane mi sentivo a casa, come se in quei corpi caldi mi potessi sentire finalmente me stesso. L’alcool mi faceva dimenticare quelle cazzo di patate e Louise, così che riuscissi almeno a non suicidarmi. Non potevo continuare così. E’ vero, ormai avevo già 45 anni, ma mi ripetevo che non è mai troppo tardi per cambiare. Dovevo trovare una via d’uscita o un giorno o l’altro sarei schiattato. Mi sentivo un pollo in padella, poi, con Johanna, la piega-materassi, quella torrida notte di luglio, esattamente nel momento dell’orgasmo, mi venne innanzi agli occhi un’immagine folgorante: il forcone arrugginito che usavo ogni giorno per lavorare. Decisi nel medesimo istante che l’avrei fatto con quello.

Johanna mi guardò con occhi da agnello: “Eugene! Che ti prende? Sembra che il Diavolo ti abbia gelato il sangue in corpo!”

“Tranquilla Lou! Ho solo trovato la ricetta giusta per friggere la mia vecchia gallina!” esclamai soddisfatto e vuoto.

Quella sera rincasai più tardi del solito; stranamente Louise aveva lasciato la luce della cucina accesa. Avvertivo qualcosa di sinistro in quel gesto: come se si fosse accorta di essere in pericolo. Louise, però, dormiva profondamente, con la pellaccia gialla e i bigodini in testa. Spensi la luce e andai a letto, ma non dormii molto quella notte e mi svegliai con la nausea, sudato fradicio.

Le mie fottute patate mi aspettavano, più dure e marce che mai.

“Eugene, ti ho preparato torta di mele per colazione!” gracchiò senza distogliere lo sguardo dal lavello la vecchia gallina.

“Louise! Sei proprio un’imbecille! Lo sai che odio la torta di mele! Stupida di una zucca vuota!” tuonai minaccioso, brandendo un mattarello infarinato

“Torta di mele, pesche, pere, che differenza fa?! Su, mangia, mangia, che devi tenerti in forza per lavorare! Sembri una cornacchia spelacchiata, un po’ di carne non ti starebbe male su quelle ossa!”

Bevvi una tazza colma di quell’acqua di scolo marrognola, che una volta doveva essere stata caffè e andai nel campo. Il forcone mi aspettava.

Ogni giorno immaginavo minuziosamente la mia impresa. Dovevo agire di mattina?

No, poteva passare qualcuna delle sue stronze di amiche e avrei dovuto friggere anche loro.

Forse di pomeriggio o prima di cena, avrei trovato Louise da sola ai fornelli, di spalle.

Troppo facile, però, non ci avrei provato gusto. Non riuscivo davvero a decidermi, un po’ mi dispiaceva, era pur sempre mia moglie; avevo fatto un giuramento davanti a Dio! Ma che si fottesse anche lui, in fondo, che cosa mi aveva concesso? Un misero campo di patate e quella gallina secca.

Mi venne da vomitare; liberai il mio stomaco infiammato con un gorgoglio violento. Pensai a mio padre.

“Sei una femminuccia Eugene, di quelle d’altri tempi! Non riesci neanche a uccidere un moscerino, rammollito!”

Me lo ripeteva ogni santo giorno e, quando infilzava lo spillone lucente tra gli occhi del povero maiale di turno, mi guardava compiaciuto.

“Ehi Eugene, vieni a vedere come crepa! Forza, non essere timido, è così che va la vita, ricorda bene, è la legge del più forte! Lui schiatta e noi ci facciamo una bella scorpacciata”. Era il figlio di puttana più stronzo che avessi mai conosciuto, eppure adesso non ero così diverso da lui. Un’ altra ondata di nausea violenta mi colpì sconquassandomi lo stomaco.

L’avrei fatto di domenica: Louise se ne stava sempre a casa tutto il giorno a pulire e non si sarebbe certo aspettata di trovarmi tra i piedi a fotterla.

Poi cominciò a star male. Era sempre stanca, non mangiava, aveva febbre altissima. Il dottore disse che non c’era niente da fare, troppo tardi ormai. Il tifo la portò via velocemente. Non si era mai voluta vaccinare quella testarda!

Morì il 10 agosto 1943, quasi un mese dopo che avevo deciso di ucciderla.

Louise me l’aveva fatta anche stavolta. Il suo volto pallido sembrava contratto in un ghigno di sfida.

La seppellii col forcone, almeno questo doveva concedermelo.

Ringraziai il Signore per la Grazia ricevuta: l’aveva voluta friggere lui la mia gallina.

Povera Louise, in fin dei conti, avrebbe meritato una morte più dignitosa e io un finale più croccante.

Il mio whiskey avrebbe rimesso a posto ogni cosa, per esser sicuro ne bevvi una bottiglia intera, era una torrida notte d’estate, la più lunga della mia vita.

2 thoughts on “Giallo Patata

  1. per quanto sia un rude quasi-omicida, viene istintivo fare il tifo per eugene (è lo stesso eugene di “careful with that axe”?), e invece – mondo beffardo! – il tifo se lo becca tutto louise (è la stessa di liza e louise “she said: my name’s louise / now will you take off your clothes please?”)
    bello il rammarico per un finale più “croccante”. un po’ sfocato, invece, il personaggio di louise.
    (refuso? direi “un’imbecille”, visto che è riferito a soggetto femminile)

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